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2019_18 “Perché sono ancora nella Chiesa”

“Perché sono ancora nella Chiesa” (di Joseph Ratzinger)

Se per qualcuno la fede nella Chiesa è diventata estranea ed incomprensibile, retrograda e medievale, troppo ostile al mondo e alla vita… si è tentati di abbandonarla. Deluso – come un amante tradito – appare talvolta anche il cristiano più fervoroso quando ha l’impressione che la Chiesa stia per vendersi alle mode del tempo. C’è anche chi – nonostante tutto – rimane nel grembo di quella Sposa “voluta da Dio”, perché crede con fermezza nella sua missione o perché non vuole abbandonare una consuetudine diventatagli cara, oppure perché in qualcun altro cresce il desiderio e la speranza di trasformarla – secondo un personale “gusto artistico” – a propria immagine e somiglianza!
Oltre un migliaio di persone, il 4 giugno del 1970, ascoltarono con vivo interesse queste intense provocazioni messe a tema dal cattedratico di dogmatica e storia del dogma all’Università di Ratisbona, sette anni prima che venisse nominato Arcivescovo di Monaco e Frisinga, undici anni prima di ricoprire l’incarico di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale, quando era assai lontano il giorno in cui sarebbe diventato il 265esimo Romano Pontefice.
La conferenza del prof. Joseph Ratzinger aveva come tema “Perché oggi sono ancora nella Chiesa”, e rileggendola, oggi, è davvero difficile – anche se nel frattempo sono trascorsi ben 49 anni – non costatarne la struggente attualità.
Riflettendo preliminarmente sulla situazione della Chiesa, Ratzinger chiedeva provocatoriamente come si era potuti arrivare a questa situazione, nonostante i propositi e le aperture operate dal Concilio Vaticano II, “come è potuto accadere che dalla grande spinta verso l’unità sia sorta la disgregazione?”. Ci siamo sforzati di comprendere la Chiesa studiandone minuziosamente ogni dettaglio e osservandola così da vicino da non riuscire più a riconoscerne l’unità attraverso uno sguardo più ampio, “noi vediamo – affermava il prof. Ratzinger – il particolare con una precisione talmente esasperata che ci diventa impossibile percepire il tutto. E anche qui il guadagno in esattezza significa perdita di verità”. Il microscopio – osserva con un esempio – ci permette di osservare un pezzo di albero ma non tutto il suo insieme, e questo con l’andare del tempo può nascondere la verità “se ci fa dimenticare che la singola cosa non è meramente tale, bensì possiede un’esistenza nel tutto che non può essere vista al microscopio”. La prospettiva del presente ha trasformato il nostro modo di vedere la Chiesa; la crisi della fede ci ha portati a considerarla una struttura che è possibile modificare con le sole forze umane, perdendo di vista la sua vera immagine, la luce riflessa del volto di Dio.
La storia ha consegnato alla nostra attenzione non solo le faticose conquiste teologiche e i frutti di un cammino ecclesiologico fondato sul mistero di Cristo, ma anche le azioni vergognose degli uomini che hanno deturpato il volto della Chiesa mortificandola e immergendola in numerosi scandali. Come continuare a credere di fronte a tali incongruenze?
Joseph Ratzinger proseguendo la sua trattazione sottolinea, con un ulteriore esempio, i limiti del nostro sguardo e delle nostre conoscenze. L’astronauta e la sonda lunare, infatti, sono in grado di scoprire la Luna (che nel simbolismo dei Padri rappresenta la Chiesa) solo come roccia, deserto e sabbia, ma non come “luce” che riceve da un altro (il sole), e questo altro fa parte della sua realtà. Allora chiedo: – afferma l’illustre teologo – “questa non è forse un immagine molto precisa della Chiesa?”. Chi la esplora e la percorre con la sonda spaziale “può scoprire solo deserto, sabbia, roccia, le debolezze dell’uomo, i deserti, la polvere e le altezze della sua storia. Tutto ciò le appartiene, ma non rappresenta la sua effettiva realtà. […] Essa è di certo anche luce in virtù di un altro, del Signore… Essa non vale per ciò che è, bensì solo per ciò che non è suo”.
La suggestiva analisi del prof. Ratzinger ci permette ancora oggi di riflettere e di rivedere con oculato “sensus fidei” il nostro giudizio sulla Chiesa, spesso appesantito dalle teorie dei luoghi comuni e dalla logica che porta l’uomo a fermare il proprio sguardo sui dettagli e gli aspetti di una realtà molto più grande di quanto possiamo immaginare. E’ proprio il caso di ricordarlo: «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito»!
A queste considerazioni Ratzinger è sempre stato ostinatamente fedele. Nell’ultima udienza generale, il 27 febbraio 2013, Papa Benedetto ai fedeli riuniti numerosissimi in piazza San Pietro, disse: “si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi! “. E anche nel suo intervento di qualche settimana fa, circa lo scandalo degli abusi sessuali, ebbe a scrivere: “Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca nella quale stanno pesci buoni e cattivi, essendo Dio stesso colui che alla fine dovrà separare gli uni dagli altri. Accanto c’è la parabola della Chiesa come un campo sul quale cresce il buon grano che Dio stesso ha seminato, ma anche la zizzania che un “nemico” di nascosto ha seminato in mezzo al grano. In effetti, la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza. Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità”.
E continuava il Papa emerito: “. L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an¬che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni («martyres») nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli”.
Oggi non sono pochi i “figli della Chiesa” che affermano di far fatica a rimanere in questa Chiesa: e non solo a motivo degli scandali sessuali, non solo a motivo anche di scandali finanziari, ma soprattutto a motivo di “scandali dottrinali”, che verrebbero a bordeggiare una vera e propria situazione di eresia, che colpirebbe pastori e fedeli. Non è certo inusuale costatare che, nel suo percorso bimillenario, la barca della Chiesa ha affrontato tempeste e marosi di ogni tipo: peraltro provenienti non solo dai “nemici esterni”, ma dal suo stesso interno, come hanno denunciato anche i Papi del nostro tempo. Memorabile rimane quell’espressione di Paolo VI, oggi santo, quando disse, nell’omelia della solennità dei santi Pietro e Paolo del 1972: «Ho la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida della Chiesa… Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza…”.
I grandi spiriti – ma anche i semplici fedeli – hanno sempre avvertito il paradosso della Chiesa: santa, perché è una creazione di Dio, ma anche peccatrice, perché composta da uomini che sono segnati da miserie e da peccati. Mi ha sempre colpito, fin da quando ero seminarista, una considerazione di Karl Rahner, uno dei teologi più in vista del secolo scorso, che in una conferenza tenuta a Francoforte nell’ottobre del 196, dal titolo “L’accettazione della Chiesa concreta” disse: “La Chiesa: non l’abbiamo mai capita fino in fondo ed in ogni suo singolo momento; nei particolari avremo sempre legittime obiezioni da sollevare e dovremo anzi sollevarle, ma rimanendo sempre in lei, nel suo interno, non distaccandoci e portandoci su posizioni che finirebbero col farcela perdere completamente. Abbiamo potuto far con lei esperienze sufficienti per poter, in spirito di speranza e di amore, ma anche con onestà intellettuale, accettarla nel suo complesso. Nella Chiesa abbiamo fatto l’esperienza di Dio, della preghiera, della speranza in un futuro assoluto. In essa abbiamo incontrato il Crocifisso, il motivo ultimo della fiducia con la quale possiamo accettare la nostra morte, la caducità della nostra vita come inizio di una vita eterna. La Chiesa ci ha proposto la Scrittura come il suo libro; in esso però vediamo la parola di Dio soltanto muovendoci all’interno della fede che la Chiesa proclama, a meno che non vogliamo ritrovarvi soltanto noi stessi e la problematicità senza risposta che ci circonda. Nascendo, l’uomo non può eliminare i propri genitori. Il fatto di entrare e rimanere nella vita ci porta a confermarne l’esistenza appunto del ruolo dei genitori. Così non si può essere cristiani impegnati in queste fondamentali esperienze abbandonando la Chiesa che, bene o male, è stata e rimane la madre della nostra esistenza cristiana. Altrimenti ci si ritrova alla fine con un Dio e un Cristo l’uno e l’altro astratti, mera proiezione della nostra soggettività”.

Con altro linguaggio, troviamo le stesse considerazioni in don Primo Mazzolari, un prete che, pur scorgendo le tante debolezze della Chiesa – riflesso delle debolezze di ogni cristiano – non ha mai messo in discussione il valore della Chiesa, “Casa del Padre” e Custode dell’Eterno”. Don Mazzolari in tutta la sua vita e la sua predicazione affronta uno dei nodi non solo della sua avventura esistenziale, ma uno dei nodi più ricorrenti nella vita di fede della cristianità e di ognuno di noi: è il rapporto Dio-umanità, Cristo-Chiesa. Se Dio è trasparente, se l’Umanità di Cristo è cristallina e attraente, non così appare l’umanità della Chiesa. E’ uno degli scogli più drammatici: perché Dio ha deciso di entrare in una casa così debole e così fragile come è la casa della Chiesa? E perché, per mettermi in comunione con Dio, sono invitato ad abitare questa Casa, così ricca di crepe e di disagi di ogni tipo? E’ una delle tematiche più ricorrenti negli scritti e nella predicazione di don Primo, presente e articolata fin nella sua prima opera, “La più bella avventura”, del 1936. Una tematica sofferta, ma, direi, stupendamente risolta da don Primo, che, pur avendo sofferto da parte della autorità della Chiesa, non ha mai messo in dubbio il valore della Chiesa e della appartenenza alla Chiesa. La soluzione del problema “Chiesa” viaggia su due piste. La prima è data dalla miseria umana della Chiesa, che comincia già con il gruppo dei 12 apostoli. La Chiesa è una casa abitata da uomini . E l’uomo è “un mistero di povertà”. “Io non ho bisogno – dice don Primo – di andare a scoprire la miseria della mia casa, perché la scopro dentro di me”. Ma questa miseria umana della Chiesa è per certi versi provvidenziale, perché mi dà la forza di guardare più in là, di guardare in alto. Torna alla mente quanto disse Papa Benedetto XVI ai giovani a Colonia nell’agosto 2005: “E’ consolante il fatto che esista la zizzania nella Chiesa. Così, con tutti i nostri difetti, possiamo tuttavia sperare di trovarci ancora nella sequela di Gesù, che ha chiamato proprio i peccatori”.
L’altra pista è già ben delineata ne La più bella avventura: “nella Casa del Padre non c’è tutto quello che noi desideriamo. soprattutto nella maniera con cui lo desideriamo. La casa però è sempre meglio dell’esilio; il pane, anche se mangiato con lacrime, meglio della fame; il fratello, anche se duro e arcigno, meglio dello sconosciuto: l’amore che sorveglia meglio della volontà dispotica del tiranno e dello sfruttatore”. Soprattutto nella Chiesa c’è Lui, perché la Chiesa è la Casa del Padre. E’ Lui che conta: non Importa se i fratelli sono spesso indegni di questa Casa o qualche volta litigano tra di loro; non importa se qualcuno lascia la Casa in cerca d’avventure. “La Casa rimane sempre aperta, perché Lui non litiga mai … Lui non ha le nostre ombre, Lui non è un ingombro come lo siamo noi”.

Questo inscindibile legame fra Cristo e la Chiesa è radicato fin dal tempo della predicazione apostolica, confluita negli scritti del Nuovo Testamento e negli scritti dei Padri della Chiesa. Uno su tutti: San Cipriano, nel De unitate Ecclesiae, scrive: “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre”.

Offriamo dunque, ai cristiani del nostro tempo, questa conferenza che il prof. Joseph Ratzinger tenne a Monaco il 4 giugno 1970. E’ un canto d’amore alla Chiesa, è un canto d’amore al disegno di Dio, che ha inviato il proprio Figlio ad “umanizzarsi” con noi e per noi, scendendo nel nostro mondo di peccato, entrando nella nostra “sporcizia”, per portarci a contemplare e a vivere le “cose di lassù”, ridandoci, così, libertà e dignità: la libertà e la dignità dei figli di Dio.
Il testo è riportato nel libro di J. Ratzinger, “Perché siamo ancora nella Chiesa” (Rizzoli 2008).

Don Alberto Franzini

Cremona, 3 maggio 2019
Festa dei santi Filippo e Giacomo, apostoli

Di motivi per non essere più nella Chiesa oggi ce ne sono molti e diversi tra loro (1). A voltare le spalle alla Chiesa si sentono spinti non solo più coloro ai quali la fede della Chiesa è diventata estranea, ai quali la Chiesa appare troppo arretrata, troppo medievale, troppo ostile al mondo e alla vita, bensì anche coloro che amarono nella Chiesa la sua figura storica, la sua liturgia, la sua inattualità, un suo riverbero di eternità. A questi ultimi sembra che la Chiesa stia tradendo la propria vera natura, che si stia svendendo alla moda e stia quindi perdendo la propria anima: sono delusi come un innamorato che deve vivere il tradimento di un grande amore e considerano seriamente di voltarle le spalle.

D’altra parte vi sono però anche motivi molto contrastanti per rimanere nella Chiesa: in essa restano non solo quelli che conservano in modo instancabile la loro fede nella sua missione, o quelli che non si vogliono staccare da una vecchia e cara abitudine (anche se ne fanno scarso uso). Oggi rimangono in essa con maggior vigore proprio coloro che rifiutano la sua intera essenza storica e contestano con passione il significato che i suoi ministri cercano di darle o di conservarle…

Riflessione preliminare sulla situazione della Chiesa

… Sebbene essi vogliano rimuovere ciò che la Chiesa fu ed è, sono anche determinati a non lasciarsi mandare fuori da essa, per trasformarla in ciò che secondo loro essa dovrebbe diventare.n questo modo, però, si ha una vera condizione babelica per la Chiesa, nella quale non solo sono intrecciati nella maniera più strana i motivi a favore e contro di essa, ma un’intesa sembra quasi impossibile. Innanzitutto nasce la sfiducia, perché l’essere nella Chiesa ha perso il proprio carattere inequivocabile e nessuno osa più avere fiducia nella sincerità dell’altro.

 

L’affermazione piena di speranza che Romano Guardini fece nel 1921 sembra quasi capovolta:

“Un processo di grande portata è iniziato: la Chiesa si sveglia nelle coscienze”.

Oggi al contrario la frase sembrerebbe dover suonare:

“In realtà si svolge un processo di grande portata: la Chiesa si spegne nelle anime e si disgrega nelle comunità”.

 

In un mondo che tende all’unità, la Chiesa si disgrega in risentimenti nazionalistici, denigrando ciò che è estraneo e glorificando il proprio particolare. Tra i fautori della mondanità e quelli di una reazione che si aggrappa troppo all’esteriorità e al passato, tra il disprezzo della tradizione e la fiducia positivistica di una fede presa alla lettera, sembra non esserci alcuna via di mezzo; l’opinione pubblica assegna inesorabilmente a ognuno il suo posto. Essa ha bisogno di etichette chiare e non accetta le sfumature: chi non è per il progresso, è contro di esso; si deve essere o conservatori o progressisti. Grazie a Dio, la realtà è indubbiamente molto diversa: in segreto e quasi senza voce ci sono anche oggi, tra questi due estremi, coloro che semplicemente credono di realizzare la vera missione della Chiesa anche in questo momento di confusione: il culto e l’accettazione della vita quotidiana a partire dalla parola di Dio. Ma essi non si adattano all’immagine che se ne vuole avere e così rimangono in larga misura muti: la vera Chiesa non è certamente invisibile, ma profondamente nascosta sotto le malefatte degli uomini.

Si è così ottenuto un primo abbozzo dello sfondo sul quale si pone oggi la domanda: perché rimango ancora nella Chiesa? Per poter dare una risposta sensata, bisogna innanzitutto approfondire ulteriormente l’analisi di questo contesto storico, che con la parola “oggi” rientra direttamente nel nostro tema, e dobbiamo intendere le ragioni che hanno portato a questa situazione.

Come si è potuti arrivare a questa situazione babelica, nel momento in cui ci si aspettava invece una nuova Pentecoste? Come è stato possibile che, proprio nel momento in cui il Concilio sembrava aver raccolto il frutto maturo del risveglio degli ultimi decenni, invece della ricchezza del compimento sia emerso un vuoto inquietante? Come è potuto accadere che dalla grande spinta verso l’unità sia sorta la disgregazione? Vorrei innanzitutto tentare di rispondere con un paragone, che può nel contempo svelare il compito che ci spetta e insieme rendere già visibili, tramite alcuni accenni, i motivi che possono ancora rendere possibile un sì, anche tra tanti no. Nel nostro sforzo di comprendere la Chiesa, e fare un lavoro concreto su di essa, tramutatosi nel Concilio in una vera e propria lotta, sembra che le siamo giunti così vicino da non riuscire più a percepirla nel complesso: sembra che non siamo più in grado di vedere la città oltre le case, la foresta oltre gli alberi. La stessa situazione in cui ci ha portato così spesso la scienza rispetto alla realtà sembra essersi ripetuta ora anche rispetto alla Chiesa: noi vediamo il particolare con una precisione talmente esasperata che ci diventa impossibile percepire il tutto. E anche qui il guadagno in esattezza significa perdita di verità. Quello che ci mostra il microscopio quando osserviamo in esso un pezzo di albero è indiscutibilmente giusto, ma può nel contempo nascondere la verità, se ci fa dimenticare che la singola cosa non è meramente tale, bensì possiede un’esistenza nel tutto, che non può essere vista al microscopio; pur essendo di certo vera, più vera della singola cosa in se stessa.

Esprimiamo ora i concetti senza metafore. La prospettiva del presente ha trasformato il nostro sguardo sulla Chiesa in modo tale che noi oggi in pratica la vediamo solo sotto l’aspetto della fattibilità, chiedendoci cosa possiamo fare di essa. Il grande sforzo di riforma interno alla Chiesa ha infine fatto dimenticare tutto il resto; essa è per noi oggi solo una struttura, che si può trasformare e che ci porta a chiederci cosa si debba cambiare in essa per renderla “più efficiente” per i singoli scopi che ognuno le attribuisce. Nel porsi questa domanda, il concetto di riforma è ampiamente degenerato nella coscienza comune ed è stato privato del suo nucleo centrale. Infatti la riforma, nel suo significato originario, è un processo spirituale molto vicino alla conversione e in questo senso fa parte del cuore del fenomeno cristiano; soltanto attraverso la conversione si diventa cristiani, e questo è valido per tutta la vita del singolo e per tutta la storia della Chiesa. Anche essa continua a vivere convertendosi sempre nuovamente al Signore, tenendosi lontana dall’irrigidimento in se stessa e in quella semplice e cara abitudine che è così facilmente contraria alla verità. Ma se la riforma viene allontanata da questo contesto, dallo sforzo della conversione e se ci si aspetta la salvezza solo dal cambiamento degli altri, da forme e adattamenti al tempo sempre nuovi, forse si può raggiungere qualche risultato, ma nel complesso la riforma diventa una caricatura di se stessa. Una simile riforma, in fin dei conti, può portare solo a ciò che è irrilevante, che di second’ordine nella Chiesa; non c’è da meravigliarsi che alla fine la Chiesa stessa le sembri qualcosa di secondario. Se si riflette su ciò si comprende meglio anche il paradosso che si è apparentemente delineato negli sforzi di rinnovamento della nostra epoca; lo sforzo per rendere meno pesanti strutture ormai irrigidite, per correggere forme del ministero ecclesiastico che derivano dal medioevo o ancora di più dai tempi dell’assolutismo e per liberare la Chiesa da tali sovrapposizioni verso un servizio più semplice secondo lo spirito del Vangelo. In effetti questi sforzi hanno condotto ad una sopravvalutazione dell’elemento istituzionale nella Chiesa, che è quasi senza precedenti nella storia. Le istituzioni e i ministeri nella Chiesa di certo vengono criticati oggi in modo più radicale di un tempo, ma essi assorbono anche l’attenzione in modo più esclusivo che mai: non pochi credono oggi che la Chiesa consista solo di essi. La problematica della Chiesa siu esaurisce allora nella battaglia sulle sue istituzioni: non si vuole lasciare inutilizzato un apparato così vasto, ma lo si trova per molti aspetto inadatto ai nuovi scopi che gli vengono assegnati.

Dietro di ciò si profila un secondo punto, il problema effettivo: la crisi della fede che è il vero nocciolo della questione. La Chiesa si protende, dal punto di vista sociologico, sempre ben oltre la cerchia dei veri e propri credenti ed è profondamente alienata dalla sua vera essenza da questa falsità istituzionalizzata. L’effetto pubblicitario del Concilio e l’apparentemente possibile futuro avvicinamento di fede e non fede – avvicinamento che il sistema di informazione sul Concilio ha simulato, quasi come se fosse necessitato a farlo – hanno radicalizzato all’estremo questa alienazione. Il plauso per il Concilio giunse in parte anche da coloro che pur non avendo affatto intenzione di diventare credenti nel senso della tradizione cristiana, salutarono però questo “progresso” della Chiesa nella direzione di quanto da loro stessi deciso come conferma del loro cammino. Nello stesso tempo, però, la fede è entrata in una fase di fermento anche nella Chiesa stessa. Il problema della mediazione storica porta l’antico Credo in una penombra difficilmente spiegabile, nella quale scompaiono i contorni delle cose; l’obiezione delle scienze naturali o ancora di più di ciò che si considera come concezione cosmologica moderna, fa la sua parte per aggravare questo processo. I confini tra interpretazione e negazione diventano, proprio sulle questioni principali, sempre più indistinti: cosa significa veramente “resuscitato dai morti”? Chi è che crede, chi è che interpreta, chi è che nega? E mentre si discute sui limiti dell’interpretazione si perde di vista il volto di Dio. La “morte di Dio” è un processo del tutto reale, che oggi penetra in profondità all’interno della Chiesa. Dio muore nella cristianità, così almeno sembra. Poiché laddove la resurrezione diventa l’accadimento di una missione percepita in immagini superate, Dio non opera più. Ma soprattutto, egli agisce? E’ questa la domanda che ci incalza. Ma chi sarà così reazionario da insistere sull’affermazione realistica “Egli è risorto”? Così ciò che per l’uno è progresso per l’altro è miscredenza, e diventa normale quello che finora era impensabile, cioè che delle persone che da tempo hanno abbandonato la fede della Chiesa si considerino ancora con buona coscienza i veri cristiani progressisti. Per loro, però, l’unico criterio in base al quale giudicare la Chiesa è l’efficienza con la quale essa funziona; ma rimane ancora da chiedersi cosa sia efficace e a quale scopo il tutto debba effettivamente essere usato. Per criticare la società, per aiutare lo sviluppo, per fomentare la rivoluzione? O per celebrare le feste locali? In ogni caso, bisogna cominciare da capo, poiché la Chiesa originariamente non era stata concepita per tutto ciò e nella sua forma attuale effettivamente non è adatta a queste funzioni. In questo modo aumenta il disagio sia tra i credenti che fra i non credenti. Il diritto di cittadinanza che la miscredenza ha ottenuto nella Chiesa rende la situazione sempre più insopportabile per gli uni e per gli altri; soprattutto, attraverso questi processi il programma di riforma è finito tragicamente in una singolare ambiguità, che per molti è irrisolvibile.

Naturalmente si può obiettare che tutto ciò non rappresenta di certo l’intera nostra situazione. Ci sono anche tanti elementi positivi, che sono cresciuti negli ultimi anni e che non devono assolutamente passare sotto silenzio: la nuova liturgia più accessibile, l’attenzione ai problemi sociali, la migliore comprensione tra i cristiani di diverse confessioni, la fine di una certa paura che era dovuta a una fede falsificata, troppo legata alla lettera, e molto altro ancora. Questo è vero e non lo si deve sminuire, ma non contraddistingue l’”atmosfera generale” (se così si può dire) della Chiesa. Al contrario, anch’esso viene per il momento trascinato in quell’ambiguità che è emersa dall’attenuazione dei confini tra fede e miscredenza. Soltanto all’inizio il risultato di questa attenuazione sembrò essere una liberazione. Oggi è chiaro che, nonostante tutti i segni di speranza ancora esistenti, da questo processo non è emerso una Chiesa moderna, bensìm una Chiesa diventata quanto mai discutibile e profondamente lacerata. Dobbiamo ammetterlo una buona volta a chiare lettere: il Concilio Vaticano I aveva descritto la Chiesa come “signum levatum in nationes”, come il grande vessillo escatologico visibile da lontano, che chiama e e unisce gli uomini attorno a sé. Secondo il Concilio del 1870, essa rappresenta quel segno auspicato da Isaia (11,12), visibile da lontano, che ogni uomo può riconoscere e che indica a tutti il cammino in modo inequivocabile: con la sua prodigiosa diffusione, la sua profonda santità, la sua fecondità in tutto ciò che è buono e la sua incrollabile stabilità, essa rappresenta il vero miracolo del cristianesimo, la sua costante autenticazione che sostituisce tutti gli altri segni e miracoli al cospetto della storia (2). Oggi sembra vero tutto il contrario: non un’istituzione prodigiosamente diffusa, ma un’associazione vuota e stagnante, che non è in grado di superare seriamente i confini né dello spirito europeo, né di di quello medievale; non una profonda santità, bensì un insieme di tutte le azioni vergognose degli uomini, insudiciata e mortificata da una storia che non si è fatta mancare alcuno scandalo, dalla persecuzione degli eretici e dai processi alle streghe, dalla persecuzione degli ebrei e dall’asservimento delle coscienze fino alla dogmatizzazione di sé e alla resistenza all’evidenza scientifica: a tal punto che chi fa parte di questa storia non può che coprirsi il capo vergognosamente; infine non più stabilità, bensì l’accondiscendenza a tutte le correnti della storia, al colonialismo, al nazionalismo e persino il tentativo di adattarsi al marxismo e se possibile di immedesimarsi ampiamente con esso… Se le cose stanno così, allora la Chiesa sembra essere non il segno che richiama alla fede, quanto piuttosto il principale impedimento ad accettarla.

La vera teologia sembra allora poter consister solo nel togliere alla Chiesa i suoi predicati teologici, nel considerarla e trattarla in modo meramente politico. Non pare più essere essa stessa una realtà di fede, bensì una organizzazione dei credenti, molto casuale anche se forse indispensabile, che si dovrebbe trasformare il più velocemente possibile secondo le più moderne conoscenze della sociologia. La fiducia è bene, il controllo è meglio: questa è ora, dopo tutte le delusioni, la parola d’ordine rispetto al ministero ecclesiastico. Il principio sacramentale non appare più abbastanza chiaro, solo il controllo democratico sembra attendibile (3): in fondo, persino lo Spirito Santo è forse inafferrabile. Chi non evita di guardare al passato sa certamente che le vergogne della storia derivarono proprio dal fatto che si seguì questa strada: l’uomo prese il potere e questo portò a considerare le sue capacità come l’unica vera realtà.

 

Una metafora per la natura della Chiesa

 

Una Chiesa che venga considerata solo dal punto di vista politico, cioè contro tutta la sua storia e la sua natura, non ha alcun senso e la decisione di rimanere in essa, se è una decisione esclusivamente politica, non è leale anche se si presenta come tale.Ma di fronte alla situazione attuale, come si può giustificare la permanenza nella Chiesa? In altri termini: se vuole avere senso, la scelta a favore della Chiesa deve essere di carattere spirituale – ma come si può motivare una simile scelta spirituale? Vorrei dare una prima risposta di nuovo con un paragone e con il ricorso a un’affermazione fatta in precedenza per descrivere la situazione attuale.

Avevamo detto che noi, con la nostra analisi approfondita della Chiesa, siamo arrivati talmente vicino a essa che non riusciamo più a percepirla nel suo complesso.

Questo pensiero si può approfondire ricorrendo a un’immagine che i Padri della Chiesa scoprirono nella loro meditazione simbolica sul mondo e sulla Chiesa. Essi spiegarono che nella struttura del cosmo materiale il ruolo della luna è una metafora di ciò che la Chiesa rappresenta per la realizzazione della salvezza nel cosmo spirituale-religioso. Viene ripreso qui un antichissimo simbolismo della storia delle religioni (i Padri non hanno mai parlato di “teologia delle religioni”, ma l’hanno attuata), in cui la luna, come simbolo tanto della fertilità e della fragilità, della morte e della caducità, quanto anche della speranza nella rinascita e nella resurrezione, era l’immagine dell’esistenza umana, “patetica e insieme consolatrice” (4).

Il simbolismo lunare e quello terrestre si fondono spesso: la luna, nella sua fugacità e nella sua rinascita, rappresenta il mondo dell’uomo, il mondo terreno, questo mondo che è limitato dal bisogno di ricevere e che ottiene la propria fertilità non da se stesso, ma da qualche altra parte, dal sole. In questo modo il simbolismo lunare diventa anche il simbolo dell’essere umano, così come esso si manifesta nella donna, che concepisce ed è fertile in forza del seme che riceve.

I Padri applicarono il simbolismo lunare alla Chiesa soprattutto per due motivi: per la relazione luna-donna (madre) e per il fatto che la luce della luna non è luce propria, ma luce del sole, senza il quale essa sarebbe solo oscurità; la luna risplende, ma la sua luce non è sua, bensì di qualcun altro (5). Essa è buio e luce allo stesso tempo. In se stessa è oscurità, ma dona luminosità in virtù di un altro, di cui riflette la luce. Proprio per questo essa rispecchia la Chiesa, che illumina pur essendo essa stessa buio; non è luminosa in virtù della propria luce, ma riceve quella del vero sole, Gesù Cristo, cosicché – sebbene essa stessa sia solo terra (anche la luna non è che un’altra terra) – è tuttavia in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio: “ la luna narra il mistero di Cristo” (6).

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Non si devono forzare i simboli; ciò che hanno di prezioso consiste proprio in una ricchezza di immagini che si sottrae agli schematismi logici. Tuttavia oggi, nell’epoca del viaggio sulla luna, si impone un ampliamento del paragone, con il quale si metta in evidenza, confrontando il pensiero fisico e quello simbolico, lo specifico della nostra situazione anche rispetto alla realtà della Chiesa. L’astronauta e la sonda lunare scoprono la luna solo come roccia, deserto, sabbia, montagne, ma non come luce. E in effetti essa è in se stessa soltanto questo: deserto, sabbia, roccia. Tuttavia, per merito di altri e in funzione di altri ancora, essa è anche luce e rimane tale anche nell’epoca dei viaggi nello spazio. E’ quindi ciò che non è in se stessa.

L’altro, ciò che non è suo, fa comunque parte anche della sua realtà. Esiste una verità della fisica e una verità poetico-simbolica e l’una non annulla l’altra. Allora chiedo: questa non è forse un’immagine molto precisa della Chiesa? Chi la esplora e la percorre con la sonda spaziale, può scoprire solo deserto, sabbia, roccia, le debolezze dell’uomo, i deserti, la polvere e le altezze della sua storia. Tutto ciò le appartiene, ma non rappresenta la sua effettiva realtà. L’elemento decisivo è che essa, benché sia solo sabbia e sassi, è di certo anche luce in virtù di un altro, del Signore: ciò che non è suo, è veramente suo, la sua effettiva natura, anzi, la sua natura consiste nel fatto che essa non vale per ciò che è, bensì solo per ciò che non è suo. Essa esiste in qualcosa che è al di fuori di essa e ha una luce che, pur non essendo sua, costituisce tutta la sua essenza. Essa è “luna” –mysterium lunae – e così riguarda i credenti, perché proprio così essa è il luogo di una costante scelta spirituale.

Poiché il significato espresso in quest’immagine mi sembra di importanza decisiva, prima di tradurlo dal linguaggio metaforico in affermazioni oggettive, vorrei chiarirlo meglio con un’altra osservazione. Dopo la traduzione in tedesco della liturgia, secondo l’ultima riforma, mi si presentava continuamente una difficoltà linguistica nel recitare un testo, che appartiene proprio a questo stesso contesto e che è sintomatico per ciò di cui si tratta qui. Nella traduzione tedesca del Suscipiat si dice: il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio “per il bene nostro e di tutta la Sua santa Chiesa”. A me veniva sempre spontaneo dire: “E di tutta la nostra santa Chiesa”. In questa difficoltà linguistica viene alla luce tutta la problematica che stiamo trattando e diventa chiaro il fatto che siamo incorsi in una deviazione di prospettiva. Al posto della Sua Chiesa è subentrata la nostra e con essa le molte chiese: ognuno ha la propria. Le chiese sono diventate nostre imprese, di cui siamo orgogliosi o ci vergogniamo, tante piccole proprietà private che stanno una accanto all’altra, chiese soltanto “nostre”, che noi stessi costruiamo, che sono opera e proprietà nostra, e che noi vogliamo trasformare o conservare come tali. Dietro alla “nostra Chiesa” o anche alla “vostra Chiesa” è scomparsa la “Sua Chiesa”. Ma solo quest’ultima interessa e se non esiste più anche la “nostra” Chiesa deve abdicare. Se fosse soltanto nostra, la Chiesa sarebbe solo un inutile gioco da bambini.

Perché rimango nella Chiesa

In queste considerazioni è già data la risposta all’interrogativo che ci siamo posi all’inizio: io sono nella chiesa perché credo che, oggi come prima e a prescindere da noi, dietro la «nostra Chiesa» vive la «Sua Chiesa» e che io non posso stare vicino a Lui se non rimanendo vicino e dentro alla Sua Chiesa. Sono nella Chiesa perché, nonostante tutto, credo che nel profondo essa non sia la nostra, bensì proprio «Sua».
   In termini molto concreti: malgrado tutte le debolezze umane, è la Chiesa che ci dà Gesù Cristo e solo grazie a essa noi possiamo riceverlo come una realtà via, potente, che mi sfida e mi arricchisce qui e ora.

 

Henri de Lubac ha espresso così questa verità: 

«Coloro che accettano ancora Gesù pur rifiutando la Chiesa, non sanno che in ultima analisi è da questa che essi ricevono Cristo? […] Gesù è per noi una persona viva; eppure senza la continuità visibile della sua Chiesa, sotto quale cumulo di sabbia non sarebbero stati sepolti non soltanto il suo nome e il suo ricordo, ma anche la sua influenza vitale, l’efficacia del vangelo e della fede nella sua divina persona? […] Senza la Chiesa Cristo dovrebbe darsi alla fuga, disgregarsi, scomparire. E che cosa sarebbe l’umanità se le si togliesse Cristo?» (7).

Questa ammissione elementare deve essere posta all’inizio: per quanto ci sia o ci sia stata infedeltà nella Chiesa, per quanto sia vero che essa ha costantemente bisogno di misurarsi su Gesù Cristo, non vi è alcuna contrapposizione definitiva tra Cristo e la Chiesa. E’ attraverso la Chiesa che Egli rimane vivo, superando la distanza della storia, ci parla oggi, ci è oggi vicino come nostro maestro e Signore, come nostro fratello che ci rende fratelli. Soltanto la Chiesa, dandoci Gesù Cristo, rendendolo vivo e presente nel mondo, facendolo rinascere continuamente nella fede e nelle preghiere degli uomini, dà all’umanità una luce, un sostegno, un criterio, senza i quali il mondo non sarebbe più concepibile. Chi vuole la presenza di Gesù Cristo nell’umanità, non la può trovare contro la Chiesa, ma solo in essa.
In questo modo è chiarito anche il punto successivo. Io sono nella Chiesa per gli stessi motivi per i quali sono cristiano: poiché non si può credere da soli. Si può avere fede solo in comunione con gli altri. Led fede è, per sua natura, una forza che unisce. Il suo archetipo è l’evento della Pentecoste, il miracolo di comprensione che accadde tra uomini che per provenienza e storia erano estranei gli uni agli altri. La fede o è ecclesiale o non esiste. Bisogna inoltre aggiungere che , così come non è possibile credere da soli, ma soltanto in comunione con gli altri, nello stesso modo non è possibile credere per propria iniziativa o invenzione, ma solo se vengo reso capace di credere, il che non è in mio potere, non viene dalla mia forza, ma mi precede. Una fede che fosse un’invenzione personale sarebbe una contraddizione in termini, perché potrebbe garantirmi e dirmi solo ciò che io già sono oppure so, ma non potrebbe superare i limiti del mio io. Perciò anche una Chiesa, una comunità che si creasse da sola, che si fondasse solo sulla propria grazie, sarebbe una contraddizione in termini. La fede esige una comunità che abbia autorità e che sia superiore a me, non una mia creazione, che sia lo strumento dei miei stessi desideri.
Tutto ciò si può formulare anche da un punto di vista più storico: o questo Gesù fu più che un uomo, con un potere assoluto superiore a un prodotto del proprio arbitrio, e quindi fu capace di resistere e di tramandarsi attraverso i secoli; oppure egli non ebbe tale potere e non poté neppure lasciarlo in eredità. In quest’ultimo caso sarei abbandonato alle mie personali ricostruzioni e quindi egli non sarebbe niente di più che una qualsiasi altra grande figura di fondatore, di cui si rinnova la presenza col pensiero. Ma se egli è qualcosa di più, allora non dipende dalle mie ricostruzioni e anche oggi vale il potere che egli ha lasciato in eredità.

Ma torniamo al punto precedente: si può essere cristiani solo nella Chiesa, non accanto a essa. E non temiamo di porci ancora una volta in piena obiettività una domanda alquanto patetica: che cosa sarebbe il mondo senza Cristo? Senza un Dio che parli e che conosca gli uomini, e che quindi possa essere conosciuto dall’uomo? Sappiamo molto bene qual è la risposta oggi, se il tentativo di creare un mondo simile viene praticato con tanta accanita ostinazione: un esperimento assurdo, senza criterio. Per quanto il cristianesimo possa aver fallito concretamente nella sua storia (e lo ha fatto sempre in modo sconcertante), i criteri della giustizia e dell’amore sono tuttavia arrivati a noi, persino contro la loro volontà, dal messaggio custodito in esso, spesso contro la Chiesa stessa, eppure mai senza la forza silenziosa di ciò che in essa è depositato.

In altre parole, rimango nella Chiesa perché considero la fede, realizzabile solo in essa e comunque mai contro di essa, una necessità per l’uomo, anzi per il mondo, che vive di essa, anche se non la condivide. Infatti dove non c’è più Dio – e un Dio che tace non è più Dio – non c’è più nemmeno la verità che precede il mondo e l’uomo. E in un mondo senza verità non si può vivere a lungo; la dove si rinuncia alla verità, si continua a vivere in silenzio solo perché essa non si è ancora veramente spenta, così come se si spegnesse il sole, la sua luce rimarrebbe ancora per qualche tempo e potrebbe ingannare sulla notte dei mondi, che in realtà sarebbe già cominciata.

Si può esprimere lo stesso concetto ancora da un altro punto di vista: rimango nella Chiesa, perché solo la fede della Chiesa redime l’uomo. Può sembrare un’affermazione molto tradizionale dogmatica, irreale, ma è intesa in modo del tutto obiettivo e realistico. Nel nostro mondo di costruzioni e frustrazioni il desiderio di redenzione è riemerso con una forza primordiale. Gli sforzi di Freud e di Jung non sono altro che tentativi di dare redenzione agli irredenti. Partendo da altre premesse, Marcuse, Adorno, Habermas continuano a loro modo a cercare e ad annunciare la redenzione. Sullo sfondo sta Marx e anche il suo è un problema di redenzione. Quanto più l’uomo diventa libero, tanto più lo tormenta il desiderio di redenzione, tanto più si ritrova non libero. Agli sforzi di Marx, di Freud e Marcuse è comune la ricerca della redenzione, l’aspirazione a un mondo senza sofferenza, malattia e povertà. Un mondo libero dalla tirannia, dalla sofferenza, dalla ingiustizia è diventato il grande ideale della nostra generazione; a questa promessa mirano le ribellioni violente dei giovani, mentre il risentimento dei vecchi imperversa perché essa non è ancora realizzata ed esistono ancora la tirannia, la ingiustizia, la sofferenza. La lotta contro la sofferenza e l’ingiustizia nel mondo è in realtà un impulso assolutamente cristiano, ma l’idea che si possa creare un mondo senza dolore e il desiderio di ottenerlo subito con le riforme sociali, con l’abolizione del potere e dell’ordinamento giuridico sono un’eresia, ujna profonda incomprensione della natura dell’uomo. In questo mondo la sofferenza non deriva in verità solo dalla disparità di ricchezza e potere e la sofferenza non è l’unico fastidio di cui l’uomo dovrebbe liberarsi: chi lo pensa deve rifugiarsi nel mondo illusorio della droga, finendo solo per essere ancora più distrutto e in contrasto con la realtà. L’uomo ritrova se stesso, la propria verità, la propria gioia e felicità soltanto sopportando se stesso e liberandosi dalla tirannide del proprio egoismo. La crisi della nostra epoca dipende dal fatto che ci si vuole convincere che sia possibile diventare persona senza il dominio di se stessi, senza la pazienza della rinuncia e lo sforzo del superamento; che non è necessario il sacrificio di mantenere gli impegni presi né la fatica per soffrire con pazienza la tensione tra ciò che si dovrebbe essere e quello che si è in realtà. Un uomo che venga privato della fatica e condotto nel paese della cuccagna dei suoi sogni perde se stesso, smarrisce la sua vera natura. In realtà l’uomo non viene redento se non attraverso la croce, con l’accettazione della sofferenza di se stesso e del mondo, che insieme alla sofferenza di Dio è diventata il luogo del significato che libera. Solo così, in questa accettazione, l’uomo diventa libero. Tutte le altre offerte, più facili e comode, falliranno e si dimostreranno illusorie. La speranza del cristianesimo, l’occasione della fede dipende in ultima istanza molto semplicemente dal fatto che esso dice la verità. La chance della fede è la chance della verità, che può essere offuscata e calpestata, ma non può soccombere.

Veniamo all’ultimo punto. Un uomo vede sempre soltanto nella misura in cui egli ama. Certo esiste anche la chiaroveggenza della negazione e dell’odio. Ma questi possono vedere solo ciò che è loro conforme: gli aspetti negativi. Possono così preservare l’amore da una cecità nella quale esso finge di non vedere i propri limiti e pericoli, ma non sono in grado di costruire. Senza una certa quantità di amore non si trova nulla. Chi non si inoltra almeno per un po’ nell’esperimento della fede, chi non accetta di fare esperienza della Chiesa, chi non affronta il rischio di guardarla con gli occhi dell’amore, finisce soltanto per arrabbiarsi. Il rischio dell’amore è il presupposto per giungere alla fede. Chi lo ha osato, non ha bisogno di nascondersi nessuno dei lati oscuri della Chiesa, ma scopre che essa non si riduce di certo solo a questi, perché si accorge che accanto alla storia della Chiesa degli scandali, c’è anche quella della forza liberatrice della fede, che si è mantenuta feconda nei secoli in personaggi meravigliosi come Agostino, Francesco d’Assisi, il domenicano Las Casas con la sua appassionata battaglia per gli indios, Vincenzo De Paoli, Giovanni XXIII. Chi affronta questo rischio trova che la Chiesa ha proiettato nella storia un fascio di luce tale da non poter essere ignorato. Anche l’arte che è nata sotto l’impulso del suo messaggio, e che ancora oggi ci si mostra in opere impareggiabili, diventa una testimonianza di verità: ciò che è stato in grado di esprimersi a simili livelli non può essere soltanto tenebre. La bellezza delle grandi cattedrali, la bellezza della musica che si è sviluppata nell’ambito della fede, la dignità della liturgia della Chiesa, la stessa realtà della festa, che non si può fare da soli ma si può solo accogliere, il ciclo dell’anno liturgico, nel quale convivono l’ieri e l’oggi, il tempo e l’eternità – tutto questo non è a mio avviso una insignificante casualità. La bellezza è lo splendore del vero, ha detto Tommaso d’Aquino, e l’offesa del bello è l’autoironia della verità perduta – si potrebbe aggiungere. Le espressioni nelle quali la fede è stata in grado di tradursi nella storia sono testimonianza della verità che è in essa.

Non vorrei tralasciare un’ulteriore osservazione, anche se può sembrare che indulga molto nel soggettivo. Se si tengono aperti gli occhi, anche oggi è possibile di certo incontrare persone che sono testimonianza vivente della forza liberatrice della fede cristiana. E non è una vergogna essere e rimanere cristiani anche grazie a queste persone che, dandoci esempio di un cristianesimo autentico, con le loro vite lo hanno reso ai nostri occhi degno di amore e di fede. In fin dei conti l’uomo si illude quando vuole fare di sé una sorta di soggetto trascendentale, che considera valido solo ciò che non è casuale. E’ certamente doveroso riflettere su tali esperienze, esaminare il loro grado di responsabilità, parificarle e dar loro un nuovo contenuto. Ma anche in questo necessario processo di oggettivazione non risulta forse come una prova rilevante a favore del cristianesimo il fatto che esso rende gli uomini più umani, legandoli a Dio? L’elemento più soggettivo non è qui anche un dato del tutto oggettivo, del quale non dobbiamo più vergognarci di fronte a nessuno?

Ancora un’osservazione in chiusura. Quando, come abbiamo fatto qui, si afferma che senza l’amore non si può vedere nulla e che quindi si deve amare anche la Chiesa, per poterla riconoscere, oggi molti diventano inquieti.

L’amore non è forse il contrario della critica? E non è in fondo il pretesto dei potenti che vogliono eliminare la critica e vogliono mantenere lo status quo a loro favore? Si giova di più agli uomini tranquillizzandoli e abbellendo la realtà, oppure intervenendo in loro favore continuamente contro la perdurante ingiustizia e contro l’oppressione delle strutture? Si tratta di questioni molto ampie, che non possono essere indagate qui nello specifico. Ma una cosa dovrebbe essere ben chiara: il vero amore non è né statico né acritico. L’unica possibilità di cambiare in positivo un altro uomo è quella di amarlo e aiutarlo quindi a cambiare lentamente, da ciò che egli è a ciò che egli può essere. Lo stesso vale per la Chiesa. Guardiamo alla storia più recente: nel rinnovamento liturgico e teologico della prima metà di questo secolo è maturato un vero movimento di riforma, che ha portato cambiamenti positivi.

Ciò fu possibile soltanto perché vi furono uomini che amarono la Chiesa in modo vigile, con spirito “critico”, e furono pronti a soffrire per essa. Se oggi non riusciamo più in nulla, è solo perché tutti siamo troppo preoccupati di affermare solo noi stessi. Rimanere in una Chiesa che avesse bisogno di essere fatta da noi per diventare degna di essere abitata non ha senso; è una contraddizione in termini. Rimanere nella Chiesa perché essa è in sé degna di rimanere nel mondo, perché essa è in sé degna di essere amata e di un amore che la porti sempre a trasformarsi di nuovo in ciò che deve essere veramente – questo è il cammino che anche oggi viene indicato dalla responsabilità della fede

NOTE

(1) Nei limiti imposti da una conferenza e anche per il carattere particolare del tema assegnatomi, penso sia chiaro che non può essere tentata qui una descrizione esauriente delle ragioni oggettive che fondano l’essere nella Chiesa. Mi sono dovuto accontentare di mettere insieme, come in un mosaico, alcune riflessioni su una scelta (in ultima analisi solo personale) che possono mettere in evidenza qualche aspetto del suo diritto oggettivo.

(2) Denzinger-Schoenmetzer, Enchiridion Symbolorum, Herder 1963, n. 3013 ss.

(3) In una simile richiesta vi sono elementi legittimi e per molti aspetti senz’altro conciliabili con il carattere sacramentale della gerarchia ecclesiastica. Tutto ciò è esposto, con le dovute distinzioni, in J. Ratzinger-H.Maier, Democrazia nella Chiesa. Possibilità e limiti, Edizioni Paoline, Roma 1971).

(4) M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino 1954, p. 192.

(5) Cfr. H. Rahner, Miti greci nell’interpretazione cristiana, Il Mulino, Bologna 1971; Id., L’ecclesiologia dei Padri. Simboli della Chiesa, San Paolo edizioni, Cinisello Balsamo 1995. Interessante l’indicazione secondo cui la scienza antica discusse ampiamente sulla questione se la luna avesse luce propria oppure riflessa. I Padri della Chiesa sostennero quest’ultima tesi, che divenne quella dominante, e l’interpretazione in senso teologico-simbolico).

(6) Ambrogio, I sei giorni della creazione, in Opera omnia di S. Ambrogio, Milano-Roma 1979; H. Rahner, Miti greci nell’interpretazione cristiana, cit…

(7) H. De Lubac, Paradosso e mistero della Chiesa, Queriniana, Brescia 1968.