Prenota ora la tua visita

2015.2 Gender

GENDER

“sbaglio della mente umana”  (papa Francesco)

   In questo Quaderno presentiamo alcune riflessioni – opportune e necessarie nell’ora attuale – sul “gender”, ossia su quella teoria che Papa Francesco, nella sua visita a Napoli il 21 marzo scorso ha definito “sbaglio della mente umana”. E successivamente il Papa è tornato sul tema, esprimendo il dubbio “se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione che mira a cancellare la differenza sessuale perchè non sa confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione”. (Udienza generale del 15 aprile scorso).

 

     Sulla teoria del gender si è espresso con franchezza anche il card. Bagnasco, nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei nel marzo scorso. Per il Presidente dei vescovi italiani, infatti, “il   gender si nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo, alla violenza, promozione, non discriminazione, ma, in realtà, pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano in cui l’uomo appare come un nomade privo di metà e a corto di identità”.

 

 

         Il presidente della Cei ha puntato il dito contro la “Queer Theory” che, nata all’inizio degli anni Novanta negli Stati Uniti, mette in discussione la naturalità dellidentità di genere e degli atti sessuali di ciascun individuo affermando, invece, che essi sono interamente o in parte costruiti socialmente. Per Bagnasco tale teoria “combatte contro il normale, il legittimo, e ingloba tutte le soggettività fluide: non si riferisce a nulla in particolare, si presenta paradossalmente come ‘un’identità senza essenza’. Sembra di parlare di cose astratte e lontane, mentre invece sono vicinissime e concrete: costruire delle persone fluide che pretendano che ogni loro desiderio si trasformi in bisogno, e quindi diventi diritto. Individui fluidi per una società fluida e debole. Una manipolazione da laboratorio, – prosegue il porporato – dove inventori e manipolatori fanno parte di quella ‘governance mondiale’ che va oltre i governi eletti, e che spesso rimanda a Organizzazioni non governative che, come tali, non esprimono nessuna volontà popolare!”. Di qui l’appello del presidente della Cei ai genitori a “reagire” perché nelle scuole italiane non si “ascoltino e imparino queste cose”.

   Come è noto, è in atto un tentativo, appoggiato dal governo italiano tramite il Dipartimento per le pari opportunità, di far entrare nelle scuole di ogni ordine e grado la teoria del gender, tentativo denominato “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Lo scopo dichiarato appare nobile: chi mai vuole o accetta le discriminazioni? In realtà, dietro a una terminologia seducente, c’è una visione antropologica secondo la quale è finito il tempo in cui l’umanità si divide naturalmente in due sessi, i maschi e le femmine, gli uomini e le donne. La visione “gender” sostiene che ciò che conta non è il sesso biologico e la relativa azione educativa che normalmente si riceve in famiglia, e poi nella scuola, in parrocchia o altrove. Tutto questo sarebbe superato da una nuova auto-consapevolezza di maschi e femmine che potrebbero scoprire di voler essere femmine in un corpo maschile, o maschi in un corpo femminile, o omosessuali o lesbiche o bisessuali o altro ancora. Invocando una libertà assoluta di diventare ciò che si desidera essere, qualsiasi ostacolo o condizionamento o concezione culturale che proponga un altro percorso educativo, anche semplicemente quello naturale di maschio o femmina, viene considerato sbagliato e addirittura “discriminatorio”. La “strategia” in questione si propone quindi di agire nella società, con modalità precise, perché nessuno in famiglia, nella scuola, nei mass media, in chiesa, si “permetta” di proporre concezioni educative che dissentano da modelli “gender”. Tale strategia, poi, è stata affidata, al tempo del governo Monti, solo a 29 associazioni Lgbt (acronimo che significa: lesbiche, gay, bisex e transgender) L’esclusione di altre associazioni e di altre realtà educative che erano e sono in grado di offrire un contributo prezioso nella riflessione su queste tematiche la dice lunga sul principio di non discriminazione. Siamo davanti a una lobby culturale (che fa pressing sulla classe politica e sui detentori dei media) che dice di voler combattere la discriminazione, discriminando a sua volta chi, per tradizione, per convinzione e per esperienza educativa, possiede un’altra visione antropologica!

     Papa Francesco più volte ha messo in guardia dal pericolo della “colonizzazione ideologica”, ossia dall’imposizione di un “pensiero unico” che tende a delegittimare ogni altra visione. E’ il caso di dire che, di fronte ai temi del matrimonio e della famiglia, della vita e dell’educazione, tale pericolo è tutt’altro che ipotetico. Papa Francesco lo denunciò con parole chiare in un discorso alla Delegazione dell’Ufficio internazionale Cattolico dell’Infanzia, l’11 aprile 2014: “Occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma, capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare nella relazione, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la maturità affettiva (…). Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio. Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del pensiero unico. Tanti, anche oltre i confini della Chiesa, guardano con gratitudine alla testimonianza e all’insegnamento di papa Francesco, ma – come denunciò il card. Bagnasco nell’ultima Assemblea Cei del maggio scorso,  “sembra però che a volte, certe parole del Papa, non in linea con il pensiero unico, siano selezionate e oscurate da chi ha altre parole da far valere e diffondere nella pubblica opinione”.

     Di fronte alla partita antropologica che si sta giocando nel campo dell’educazione, ogni nostra inerzia costituisce una grave omissione: nei confronti di noi stessi e delle future generazioni.

Don Alberto Franzini

canonico parroco

 

Cremona, 2 giugno 2015  Anniversario della Dedicazione della Cattedrale

Cinque punti per fare chiarezza:

“Gender”, cos’è?

Un insieme di teorie fatte proprie dall’attivismo gay e dal femminismo radicale secondo cui il sesso sarebbe solo una costruzione sociale. Vivere da “maschio” o da “femmina” non corrisponderebbe più a un dato biologico, ma ad una costruzione culturale, ad una scelta soggettiva. L’identità sessuata, cioè il dato di realtà, viene sostituita dall’identità di genere, che si può variare a piacere, secondo l’arbitrio personale, anche mantenendo immutato il dato biologico.

Generi secondo il “gender”?

7 o forse 56….

Non più solo maschile e femminile. Ai generi (non corrispondenti ai sessi) esistenti in natura, andrebbero aggiunti quelli previsti dall’acronimo LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e queer, cioè chi rifiuta un orientamento sessuale definito e si ritiene libero di variare a suo piacimento o di rimanere “indefinibile”). Ma il governo australiano ne ha riconosciuti ufficialmente 23. E facebook Usa permette di scegliere il proprio “genere “ tra 56 diverse opzioni….

 

Cosa dice la scienza

La scienza ci dice che la differenza tra maschile e femminile caratterizza ogni singola cellula, fin dal concepimento, con i cromosomi XX per le femmine e XY per i maschi. Queste differenze si esprimono in differenze peculiari fisiche, cerebrali, ormonali e relazionali prima di qualsiasi influenza sociale o ambientale. La “varietà” pretesa dalle associazioni LGBTQ non ha alcun fondamento scientifico e anzi confonde patologie (i cosiddetti stati intersessuali) con la fisiologia (normalità).

Cos’è l’omofobia

Un neologismo inventato dai media per definire gli atti di violenza, fisica o verbale, contro gli omosessuali – atti che vanno sempre e comunque condannati, come ogni altra violenza – e contro chi, come le associazioni LGBTQ , promuove la teoria del gender. Oggi l’accusa di omofobia è diventata però un vero e proprio strumento di repressione nei confronti di chi sostiene un’antropologia diversa rispetto a quella del gender.

 

Perché dire no al gender?

Perché le teorie del gender pretendono non solo di influire sul modo di pensare, di educare, mediante scelte politiche e legislative, ma anche di vincolare sotto il profilo penale chi la pensa diversamente (proposta di legge Scalfarotto); impongono atti amministrativi (via dai moduli i termini “padre” e “madre”, sostituiti con “genitore 1” e “genitore 2”) ed educativi (si cerca di introdurre nelle scuole, a partire dalla scuola materna, testi e programmi aperti alla ricezione della teoria del gender). Si tratta di un vero e proprio attentato alla libertà di pensiero e di educazione, e soprattutto della imposizione di una antropologia che scardina le strutture fondamentali dell’umano.

L’inganno delle nuove teorie anti-familiari sta contagiando il cuore di tanti ragazzi

di Luciano Moia (Noi, Genitori e Figli, aprile 2015)

 

L’inganno delle nuove ideologie sta contagiando il cuore dei nostri ragazzi. Rischia di rendere più fragili e insicuri i loro propositi sentimentali, minaccia di trasformare la gioia delle loro relazioni in un magma fluttuante, dominato dall’incertezza e dal dubbio, in cui se tutto è permesso, nulla sembra avere più valore autentico. La menzogna ideologica si muove su un duplice binario. Il più evidente è quello di presentare come verità inconfutabili, una serie di concetti che con la realtà hanno solo un tenue collegamento. Il più subdolo parte da un’esigenza reale per estendere riferimenti, effetti e conseguenze a situazioni concettualmente lontanissime, che non hanno alcun rapporto con il punto di partenza. Era vero per le ideologie storiche, quelle che battendosi per l’azzeramento delle classi sociali e promettendo società rigenerate dalle fondamenta, hanno prodotto i disastri che sappiamo. È vero, purtroppo, per le ideologie postmoderne, quelle che si agitano nel campo delicatissimo dell’etica relazionale, e che sembrano tutte contrassegnate da un deliberato livore antifamiliare. Come se la famiglia non fosse la più naturale delle società, ma un baluardo ostile, inventato per chiudere la strada alla conquista di ogni altra libertà. Anche quella di liberarsi dal senso morale, o anche solo dal buon senso. È un procedimento che ben conoscono, per esempio, i fautori delle “teorie del gender”. Ma anche coloro che sostengono l’ideologia omosessualista – quella che pretende di mettere sullo stesso piano, adozioni comprese, nozze gay e matrimonio eterosessuale – e che in queste settimane tentano di condizionare pesantemente le scelte del nostro Parlamento. E il contagio ideologico riguarda, forse in modo più sfumato, anche chi si ostina a dare letture unilaterali a leggi che rappresentano senza alcun dubbio un traguardo di civiltà. È il caso della norma che, esattamente un anno fa, ha assegnato uguali diritti ai figli nati all’interno del matrimonio e a quelli naturali. Ma se questa legge viene presentata come una vittoria sulla cultura della “matrimonialità”, allora siamo di fronte a una lettura capziosa, ingiusta e rivelatrice. Si pretende di teorizzare il benessere psicofisico dei figli, sganciandolo completamente dal contesto familiare in cui quei figli nascono e vengono educati. E quindi minimizzando il fatto che ogni famiglia è tenuta insieme dall’amore e dalla responsabilità di una donna e di un uomo, diventati madre e padre. La confusione è alimentata dal fatto che tutti questi percorsi, pesantemente contrassegnati dall’ideologia, muovono da un’emergenza concreta. Nel caso del gender, per esempio, un obiettivo condivisibile, quello di combattere discriminazioni, soprusi, comportamenti aggressivi di vario tipo, dagli episodi di bullismo contro i “diversi”(non solo omosessuali) alla violenza contro le donne. Ma poi si estende la sacrosanta necessità di riconoscere tutele e pari dignità a tutti, alla pretesa di negare ogni differenza, compresa quella sessuale. Non esisterebbe più il maschile e il femminile, ma una sessualità variabile, in cui tutte le combinazioni sono possibili e ritrattabili, secondo le paradossali variazioni previste da questa ideologia che papa Francesco ha ipotizzato essere anche «espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa». E così la qualità delle nostre relazioni, per citare ancora il Papa, rischia «di fare un passo indietro». Allo stesso modo, seguendo questa spirale negativa, il diritto all’uguaglianza rischia di diventare egualitarismo. Il diritto alla libertà può trasformarsi in libertarismo, e poi in arbitrio.

 

Si tratta dello stesso percorso seguito dall’ideologia omosessualista. Partire da un punto condiviso per poi allargare le richieste ad ambiti diversi. Chi oserebbe negare che ogni persona merita rispetto e che una società deve adoperarsi per tutelare in ogni modo la libertà dei suoi cittadini? Il ragionamento viziato dall’ideologia potrebbe essere questo: in quella libertà da preservare c’è anche il diritto ad amare? Certamente sì, e quindi soltanto una persona gretta e insensibile potrebbe immaginare di vietare a due persone omosessuali non solo di amarsi ma anche – ed ecco il salto logico – di veder riconosciuto con una legge dello Stato il proprio amore. Alla fine dell’insostenibile sillogismo c’è quindi la promozione del matrimonio gay, con una confusione che non si sa quanto voluta e quanto strumentale. Perché si finge di ignorare che lo Stato non tutela il matrimonio per ragioni affettive, ma in quanto alleanza tra due persone che garantiscono il futuro della società, perché mettono al mondo dei figli e, con l’educazione, provvedono a farne i cittadini di domani. Ancora una volta la strategia è palese: ignorare il dato di realtà per confondere con lo strumento dell’ideologia in pillole e con l’arma degli “affetti” chi non riesce a guardare al di là della mistificazione.

Perché non ci stanchiamo di denunciare gli obiettivi di queste ideologie anti-familiari? Perché se queste teorie non venissero contrastate, gli effetti sarebbero deleteri e finiremmo per avere una società più ingiusta e meno vivibile. E anche perché, tra tante altre conseguenze negative, il loro predominio innescherebbe un domino confusionale di cui le prime vittime sarebbero i giovani. Anzi, forse lo sono già. Non stiamo riflettendo abbastanza per esempio sull’instabilità delle relazioni che non solo ha determinato, nell’ultimo ventennio, il dimezzamento del numero dei matrimoni (civili e religiosi), ma sta rendendo più rarefatte perfino le convivenze. Come se alla paura del “per sempre” si fosse aggiunta quella di avviare perfino un rapporto “di prova”. Un virus silenzioso e deleterio, segnato da un relativismo “anti-relazionale”, che spinge tanti giovani a privilegiare rapporti mordi e fuggi, emozioni destinate a svanire in una sera, “storie” che si intrecciano con la solidità di un sms. Perché anche un dialogo franco, viso a viso, sembra una fatica che troppi ragazzi non sanno più come affrontare e come gestire. Ma se le relazioni evaporano, se i rapporti affettivi faticano a consolidarsi, se la decisione di stare insieme con gioia e responsabilità riguarda un numero sempre più esiguo di ragazzi, c’è da essere seriamente preoccupati. Dobbiamo cominciare a chiederci se le conseguenze di quelle ideologie per cui l’amore ha volti sempre più ambigui e indefinibili, sfuggenti e intercambiabili – e quindi meno attraenti perché meno certi – non abbiano già contagiato il cuore di tanti nostri figli e non stiano producendo macerie etiche non meno gravi di quelle determinate dalle ideologie storiche. C’è da intensificare gli sforzi per proporre e, se necessario, inventare a ogni livello, nelle scuole, nelle comunità, ma anche nell’intimità delle nostre case, nuove strategie educative positive destinate a ridare speranze di futuro a tutti. Al di là delle macchinazioni di coloro che vorrebbero pianificare lo svuotamento e il depauperamento della famiglia.

Maschile e femminile ecco le radici della società

Intervista al teologo Philippe Bordeyne, Rettore dell’Istituto Cattolico di Parigi (Noi, Genitori e Figli, aprile 2015)

 

Quali rischi culturali, ma anche sociali e politici, sono prevedibili per la nostra società se si perde il valore della differenza sessuale?

Il paradosso dell’epoca attuale è che, da un lato, ciascuno rivendica la propria differenza, talvolta per reclamare diritti specifici, e, d’altra parte, le differenze strutturali dell’umanità tendono ad essere trascurate. Eppure queste differenze costituiscono la base su cui poggiano i doveri di base. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma che gli esseri umani sono uguali in dignità, anche se sono diversi per sesso, età, nazionalità, condizione fisica, risorse economiche. Pertanto, queste differenze sono oggetto di obblighi morali a carattere universale. I bambini devono essere, nutriti, educati, protetti; essi non possono essere selezionati come partner sessuali da parte degli adulti. Gli stranieri hanno diritto al rispetto, ancora di più se sono immigrati o rifugiati politici. Abbiamo il dovere di assistere i malati e gli anziani, e coloro che soffrono la fame e la povertà. Tutti questi elementi sono il cuore della dottrina sociale della Chiesa. In un tempo che minimizza la differenza tra i sessi, è particolarmente importante che è questa la differenza per eccellenza, quella che segna il nostro corpo, ma anche l’intero patrimonio biologico ed affettivo. Questa differenza ci ricorda che la grandezza dell’essere umano consiste nel riconoscere le differenze per farne un’occasione di incontro e di rispetto, in modo tale che non siano occasione di disprezzo e di esclusione. Se si nasconde la differenza tra i sessi, non si potrà più combattere contro le violenze fisiche o psicologiche subite dalle donne che rimangono, ahimè, una terribile realtà in tutti i Paesi e tutte le classi sociali.

 

Perché soltanto in famiglia esistono le condizioni più opportune per educare alla differenza sessuale?

Non dimentichiamo che la differenza sessuale fa paura. C’è la paura dell’incontro con l’altro, ma anche la paura di ciò che ci manca: l’umanità è divisa in due sessi, e io non ne possiedo che uno, in modo tale che nessuno può comprendere da solo la totalità dell’umano. Ciò che ci salva dalla paura della differenza sessuale è l’amore. Solo l’amore, che viene da Dio e conduce a Dio, ci rimette nella prospettiva del disegno creatore: la differenza sessuale è buona, ed è in questa differenza che l’essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. In famiglia si scoprono le differenze sessuali come un tesoro destinato all’amore e alla gioia di una comunanza di vita, senza che si cancellino le mancanze iscritte all’interno dell’essere umano. Tu mi manchi così tanto che se non ci fossi, non sarei davvero me stesso. Crescendo con i loro genitori, i bambini vengono introdotti al mistero di quell’amore che sceglie l’altro con un atto di responsabilità e una promessa di fedeltà fino alla morte. Ma essi non hanno scelto né la madre né il padre, né i fratelli e le sorelle. L’amore filiale e fraterno introduce a un altro aspetto della differenza sessuale: si tratta di un amore profondamente sessuato e carico di significati affettivi, ma a quella giusta distanza che garantisce la proibizione dell’incesto. Allo stesso tempo, la vicinanza crea scontri, conflitti, odio a volte. In famiglia impariamo il perdono, che è il volto di un amore genuino ed autentico. Questo è il motivo per cui imparare il perdono tra coniugi, tra genitori e figli, tra fratelli, è così importante. La differenza sessuale è buona, anche se ferita dal peccato ed ha bisogno di perdono reciproco per sviluppare il suo pieno potenziale.

 

Perché le teorie del gender puntano alla eliminazione della differenza sessuale?

La teoria del gender è una deviazione che parte da un’osservazione corretta, che però ha il torto di assolutizzare. Ciò che è vero, è che la differenza sessuale si sviluppa nel tempo. Come dice la Genesi, l’uomo fu creato maschio e femmina (Gen 1,27), ed è nell’incontro d’amore che Adamo ed Eva diventano pienamente uomo e donna (Gen 2,23). La società partecipa allo sviluppo armonioso della differenza sessuale. Ecco perché la legge naturale e la dottrina sociale della Chiesa sottolineano l’importanza dell’educazione in generale, e dell’educazione affettiva e sessuale in particolare. Prima dell’incontro d’amore, occorre garantire le conoscenze fondamentali che permettono un rapporto sano con l’altro sesso. Si tratta di un insieme di divieti e di obblighi, ma anche di atteggiamenti corporali e verbali che garantiscono il rispetto reciproco. I nostri contemporanei si sono resi conto che la rappresentanza dei sessi è in parte modellata attraverso pratiche sociali su cui occorre interrogarsi, perché alcune modalità non comportano il rispetto, ma il disprezzo. Ciò che è sbagliato è concludere che la differenza sessuale è una mera costruzione sociale, o che parlare di differenza tra i sessi porta già i germi dell’oppressione. O ancora che le unioni omosessuali sono equivalenti al matrimonio eterosessuale. In tal modo, la teoria di genere ignora il carattere fondatore della differenza sessuale, che precede le società e le sottomette.

 

Come mai le idee annunciate dai sostenitori delle teorie del gender trovano una così vasta accoglienza?

La teoria del genere è tanto più dannosa in quanto comporta una parte di verità morale, e cioè che abbiamo il dovere di lottare contro i comportamenti sociali legati alla sessualità o contro i comportamenti marginali. Ma è particolarmente insidiosa   perché si basa sulla pari dignità di tutti gli esseri umani per negare la relazione costitutiva tra le determinazioni biologiche della sessualità umana e le loro finalità interpersonali e sociali. In tal modo, la teoria del gender semina la confusione. Da questo punto di vista, l’atteggiamento di Gesù è esemplare: egli accoglie benevolmente i peccatori, frequenta persone la cui vita affettiva o matrimoniale è disordinata, ed è coraggioso nello sfidare la riprovazione sociale condividendo la loro tavola. Ciò non gli impedisce di chiamare queste persone alla conversione. Difende anche il matrimonio in modo inequivocabile e ne giustifica il carattere indissolubile con il disegno divino della creazione dell’essere umano nella differenza sessuale. Il Vangelo ci insegna a seguire Gesù in questo duplice atteggiamento di misericordia e verità senza compromessi.

 

Le teorie del gender sono riuscite a fare breccia nelle legislazioni di numerosi Paesi, non solo in Europa. E’ davvero così potente la lobby culturale che sostiene queste teorie?

Non bisognerebbe ignorare infatti il ruolo dei gruppi di pressione che hanno acquisito un peso considerevole nella vita politica, con il rischio di privare la democrazia e gli organismi internazionali dei fondamenti filosofici che hanno ispirato la loro nascita. Inoltre, nella società digitale, la differenza potente e istantanea di messaggi semplicistici non favorisce la possibilità di fare un passo indietro rispetto a questioni sociali sempre più complesse. Questi gruppi di pressione puntano sulla tendenza culturale ad accentuare il carattere emozionale della compassione a svantaggio di una riflessione sull’educazione alla giustizia. La sessione straordinaria del Sinodo sulla famiglia giustamente parla di un “individualismo esasperato che distorce i legami familiari e che finisce per considerare ogni membro della famiglia come un’isola, facendo prevalere, in alcuni casi, l’idea di un soggetto costruito secondo i propri desideri elevati al rango d’assoluto” (n. 5). Il rischio allora è che le singole situazioni affettive siano elevati a modelli generali, e questo porta alla confusione circa la vocazione sociale della persona. Con forza e intuizione, il Concilio Vaticano II ricorda che l’essere umano è un “essere sociale” e impara particolarmente a vivere la “comunione delle persone” nel contatto con la “società degli uomini e3 delle donne” (Gaudium et spes, 12)

 

 

Se l’Occidente «piccona» i suoi valori fondanti

di Carlo Cardia (Avvenire, 7 aprile 2015)

 

Contenuto Articolo

Riflessioni e analisi di diversa natura ci parlano da tempo dell’impoverimento dell’occidente che s’insinua nelle pieghe d’una cultura protesa a scolorire le conquiste civili della modernità. Poco per volta, sono messi in discussione traguardi di cui il Novecento andava orgoglioso, a cominciare dai diritti delle donne, ottenuti dai movimenti femminili in decenni di impegno, che rischiano d’essere declassati sulla spinta della ‘ideologia del gender’ che, giorno dopo giorno, crea attorno a sé un nuovo deserto. Il suo approdo più recente è la richiesta di inglobare l’identità femminile nell’orizzonte neutro dell’individualità, che nega ogni identità: un regresso che fa ingiallire parti essenziali delle Carte internazionali come la difesa dalle discriminazioni, i diritti sociali che spettano alle donne.
Se l’identità di genere fosse indifferente, quasi rischiosa, se si disconoscesse la funzione della maternità, lo specifico apporto femminile alle relazioni umane e alla crescita delle nuove generazioni, le donne tornerebbero sole, emarginate, irrilevanti. Un pezzo di storia dell’emancipazione umana diverrebbe un errore, un incidente della modernità, ciò che era un punto d’onore per l’occidente diviene una macchia, una colpa: anche il messaggio di speranza trasmesso alle donne di tutto il mondo per un futuro diverso, finirebbe per stemperare in un silenzio opaco, e ciascun Paese dovrebbe tenersi patimenti e discriminazioni che affliggono la popolazione femminile in età giovanile, adulta, anziana.
Già nel 1997 Dale O’Leary affermava che a spingere troppo oltre l’agenda di genere «andranno perdute le conquiste che le donne hanno acquisito negli ultimi cento anni». Di recente, Paola Ricci Sindoni su ‘Avvenire’ ha sottolineato la necessità di una reazione forte all’annullamento ‘ideologico’ del corpo sessuato, se si vogliono difendere le specificità della donna e dei suoi diritti.

 

L’opera distruttiva sta inducendo anche a negare il principio di realtà come limite all’agire umano. Il ‘negazionismo antropologico’ suggerisce di vivere il corpo femminile come ingiustizia, la maternità come peso ‘diseguale’ rispetto agli uomini, la differenza dei sessi come fastidio da attenuare, quasi annullare. Così, altri pezzi delle Carte dei diritti si sfrangiano perché inutili: i diritti del fanciullo, saggiamente graduati secondo l’età, la linea evolutiva di ciascuno, perdono senso per l’essere umano uno e indivisibile, che ignora le differenze. La ‘ideologia del gender’ non rispetta neanche i tempi e l’armonia della crescita, ne infanga la bellezza, impone ai più piccoli di affrontare la sessualità quando non hanno gli strumenti e gli impulsi del desiderio e della ricerca. Oppure crea limiti artificiali grotteschi con l’adozione di minori a coppie dello stesso sesso, consentendo che esistano bambini che non conosceranno mai il calore del corpo e dell’anima della mamma, perché la madre è espunta dal loro orizzonte di vita, o non sentiranno mai la tenerezza e la forza dell’abbraccio paterno perché il padre semplicemente non c’è. Si tratta di una decadenza drammatica diretta a cancellare l’opera di affinamento nell’attenzione ai giovani, ai bambini, ai più piccoli e deboli.
Infine, la libertà religiosa elaborata dall’Occidente come valore universale dopo secoli di difficoltà e contrasti confessionali, è messa in discussione da più parti nel suo valore espressivo cruciale, nonostante costituisca l’unico strumento che possa garantire un futuro di convivenza libera, feconda tra le grandi famigli dell’umanità. Di recente, Paolo Flores D’Arcais, legato alla tradizione giacobina, ha persino esaltato le iniziative antiliberali con una efficace sintesi: a suo parere, «la democrazia deve esiliare Dio», «è inerente alla democrazia l’ostracismo di Dio, della sua parola e dei suoi simboli, in ogni luogo dove protagonista sia il cittadino: scuola compresa, e anzi scuola innanzitutto, perché ambito della sua formazione». Al fedele restano chiese, moschee, sinagoghe, e la sfera privata in interiore homine.

Si delinea, approvandolo, ciò che purtroppo avviene nelle antiche terre della libertà religiosa; dove si cerca di abolire simboli d’ogni genere, crocifissi, veli islamici, stelle di Davide, espungere la religione dalla sfera sociale, illudendosi di creare ‘laicità’ mentre si crea diffidenza, ostilità, umiliazioni dei credenti. E s’infittisce la campagna diretta a eliminare la religione dalla scuola, fare della scuola la palestra di diffusione di prassi statocratiche, negare il diritto dei genitori di educare i figli, imporre un’educazione sessuale scriteriata ai più piccoli, senza nemmeno riconoscere la facoltà di astensione che compete ai giovani e alle loro famiglie.

Si delinea così la sistematica opera di erosione di una delle principali conquiste dell’evoluzione umana, avviata dal cristianesimo e proseguita dalla società liberale e dal costituzionalismo moderno: alla libertà per i credenti che vuole rispetto, accoglienza, si contrappone diffidenza, irrisione, costrizione al silenzio, riduzione alla sfera ‘intima’. Si chiudono i credenti nel Tempio, si chiede l’«ostracismo di Dio» dimenticando quali sono state le conseguenze dell’esilio di Dio praticato dai totalitarismi del Novecento. S’ignora anche la lezione di Alexis de Tocqueville, per il quale le democrazie che escludono Dio degenerano e producono ingiustizia, violenza, terrore. L’Europa e l’occidente che si svuotano dei valori più alti, si scoprono disarmati di fronte alla svolta drammatica che si sta realizzando sotto i nostri occhi, con la ripresa di persecuzioni contro il cristianesimo e altre fedi.

Registriamo l’uso d’una violenza raccapricciante che ignoravamo, o leggevamo solo nei libri di storia, e vi assistiamo, secondo le parole di papa Francesco, tacendo la sua gravità, celandola, quasi ignorando le vittime e i martiri sempre più numerosi in Asia, Africa, Europa. E non ci poniamo domande inquietanti: dove sono, cosa fanno, le istituzioni internazionali, l’Onu in primo luogo, ideate e volute proprio per tutelare e difendere i diritti umani in ogni angolo della terra?
Nei decenni scorsi, l’Onu è intervenuta, con documenti, atti solenni, interventi d’interposizione, per affrontare crisi internazionali, regionali, anche con frutti positivi. Oggi nessuno dice nulla a nessuno. Dobbiamo dedurne che la violenza contro i cristiani, diffusa ovunque, praticata da strutture terroristiche, esibita mediaticamente quasi per mostrarsi onnipotenti, non sia un male grave per l’umanità? O che essa non riguardi i diritti umani d’intere popolazioni e comunità religiose? Un occidente povero, e decadente, moralmente e spiritualmente, sembra non sapersi porre questi problemi e trovarvi soluzione. E a questo non ci si può rassegnare.