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2019_17 Dalla Terra Di Canaan allo Stato di Israele

Dalla Terra Di Canaan allo Stato di Israele

aggiornamento del Quaderno 15_4

a cura di Don Alberto Franzini

Un pellegrinaggio in Terra Santa, pur avendo come scopo primario la visita ai principali luoghi in cui si svolse la Storia della salvezza – in modo particolare la vicenda di Gesù Cristo – non può trascurare la conoscenza delle complesse vicende di quella terra che oggi si identifica in gran parte con lo Stato di Israele e con l’erigendo Stato palestinese. .

Per aiutare il pellegrino ad orientarsi nelle intricate vicende storiche, soprattutto a comprendere la complessa questione della nascita del moderno Stato di Israele e della relativa questione palestinese, viene qui offerta una breve sintesi storica, che dà ragione delle difficoltà in cui si sono venuti a trovare i due popoli, quello palestinese e quello israeliano, da 70 anni alla ricerca di una convivenza di pace e di rispetto reciproco: una convivenza alla cui finora mancata soluzione non sono estranee le responsabilità delle grandi potenze, sia del mondo arabo, sia del mondo occidentale, non sempre limpidamente interessate al bene dei popoli che abitano in Medio Oriente.

 

 

 

Per questa sintesi storica mi sono servito di: MARIO RUSSO CIRILLO, La Terra dell’Alleanza, ed. Terra Santa 2011; HEINRICH FUERST-GREGOR GEIGER, Terra Santa, ed. Terra Santa 2017; GIANFRANCO RAVASI, Sion, ed. Terra Santa 2017; e di alcuni lavori su questa materia di Lauro Casetti. In appendice si trovano alcune schede tematiche, che possono arricchire la conoscenza dell’Israele di oggi.  

Questo Quaderno, destinato prioritariamente a coloro che si preparano ad un pellegrinaggio in Terra Santa, può essere di una qualche utilità anche per chi è interessato alla storia e alle vicende di quella terra e dei popoli che la abitano: una terra che riveste un’importanza di primo piano sullo scenario mondiale, per le numerose questioni religiose, culturali e politiche che essa presenta.

Don Alberto Franzini

 2 febbraio 2019

Festa della Presentazione del Signore

 

DALL’EPOCA BIBLICA AL 1872 d.C.

a) Periodo biblico

Epoca dei Patriarchi (2000-1600 a.C)

Verso il 1850 a.C. Abramo migrò da Ur dei Caldei fino alla terra di Canaan (così si chiamava allora la Palestina), che gravitava sotto l’influenza dell’Egitto. Abramo arrivò a Sichem, dove da Dio ricevette le tre promesse: una numerosa discendenza, la terra, una benedizione particolare. Da Abramo nacque Isacco. L’avvenimento più significativo è il sacrificio di Isacco sul monte Moria, che una tradizione identifica con la roccia della moschea di Omar a Gerusalemme. Giacobbe, figlio di Isacco, continuò la vita nomade dei padri, spostandosi a Bersabea, Ebron e Sichem. La predilezione di Giacobbe verso il figlio Giuseppe suscitò la gelosia dei fratelli, che lo vendettero come schiavo a mercanti che scendevano in Egitto (circa 1650 a.C.). Giuseppe, essendosi guadagnata la fiducia del Faraone per la sua saggezza, divenne viceré d’Egitto. In seguito, una carestia colpì la Terra di Canaan e la famiglia di Giacobbe fu costretta ad emigrare in Egitto, dove ritrovò Giuseppe.

 

Epoca dell’Esodo – Giosuè e Giudici (1200-1020 a.C)

La permanenza degli ebrei in Egitto durò, secondo la Bibbia, circa 450 anni. Nel sex. XIII (tra il 1250 e il 1230) si colloca la vicenda di Mosè, che guidò il suo popolo verso la terra, promessa da Dio ad Abramo. La permanenza nel deserto durò circa 40 anni. L’avvenimento più significativo è l’alleanza al Sinai, col dono della Legge e l’istituzione del sacrifico, insieme alla tenda o arca, contenente la Presenza di Dio. Mosè muore sul monte Nebo. L’esodo dall’Egitto lasciò un’impronta indelebile nella memoria nazionale del popolo ebraico e divenne un simbolo di libertà e di indipendenza. Ogni anno gli Ebrei celebrano la festa di Pesach (Pasqua), Shavu’ot (Festa del Dono della Legge, Pentecoste) e Sukkot (Festa delle Capanne o dei Tabernacoli).

Giosuè, designato da Mosè a guidare il popolo) attraversa il Giordano nei pressi di Gerico ed entra nella terra promessa. Seguì una lenta conquista, che durò circa 200 anni. Le dodici tribù ebraiche non erano ancora un popolo organizzato. E vennero comandate da personaggi carismatici, i giudici. Tra essi ricordiamo: Debora, Gedeone, Sansone. L’ultimo dei giudici fu Samuele, per opera del quale vennero consacrati i primi Re.

Le fede che anima il popolo di Israele in questo periodo si fonda su due principi:

-la terra in cui abita Israele è proprietà di Dio e gli ebrei ne sono come gli affittuari;

-Israele matura la coscienza di essere il popolo prescelto da Dio e il suo insediamento nella terra promessa scaturisce da un suo diritto.

 

Epoca della monarchia (o del Primo Tempio) (1020-586 a.C)

Il tipo di organizzazione tribale che si fondava sui giudici rivelò ben presto la sua debolezza, soprattutto di fronte alla minaccia sempre più seria dei Filistei. Il che maturò l’esigenza di un unico capo che riunisse le tribù in una istituzione stabile e forte: Nacque così la Monarchia.

Samuele consacra re il giovane Saul. (1020 a.C.), che iniziò il regno con splendide vittorie sui Filistei. Ma ben presto non fu all’altezza del suo compito, tanto che Samuele unse re il giovane Davide (circa l’anno 1000), della tribù di Giuda, della città di Betlemme. Dopo la morte di Saul, che si uccise in una battaglia gettandosi sulla propria spada. Davide cominciò a regnare. Unificò le tribù, occupò Gerusalemme, facendone la capitale del regno e portandovi l’arca dell’alleanza.

Davide, dopo Abramo e Mosè, è il personaggio più significativo dell’Antico Testamento. Il suo regno durò circa quarant’anni (1010-870 a.C.), durante i quali intraprese diverse guerre con esito felice e allargò i confini di Israele. La storia di Davide presenta anche alcune ombre. Il delitto di adulterio e di omicidio rappresenta la sua cosa più grave. E’ noto l’episodio dell’assassinio del suo generale Uria, essendosi il re invaghito della moglie di lui Betsabea. Quando Davide manifesterà il progetto di costruire un tempio per il Signore, Dio gli farà sapere che sarà Lui a costruire a Davide una casa, cioè una discendenza duratura (cf. 2Sam 7,12-16). La profezia di Dio allude a una continuità ininterrotta della discendenza di Davide che porta fino all’annuncio dell’angelo a Maria: “Ecco concepirai un figlio… il Signore dio nostro gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,31-33).

Terzo re di Israele fu Salomone, figlio di Davide, che regnò dal 970 al 931 circa. Il suo regno segnò il massimo splendore nella storia di Israele. L’opera più significativa fu la costruzione del Tempio sul monte Sion (oggi occupato dalla grande spianata con le moschee). Da allora la storia di Gerusalemme si intreccerà con le vicende del Tempio.

Salomone era amante del fasto e della cultura, fu abile diplomatico e intelligente promotore del commercio. Fece costruire una serie di palazzi e di fortezze militari. La magnificenza di Salomone fu un imponete sforzo per adeguare il suo regno al modello delle grandi monarchie d’Egitto e dell’Oriente. Sul piano religioso Gerusalemme durante il suo regno divenne il cuore della nazione. La fama della sua saggezza, divenuta proverbiale, si estese fino alle lontane coste dove giungevano i suoi commerci (cf 1Re, 3,16-28) e colpì anche la regina di Saba (cf 1Re 10, 6-9). E’ nota la sua preghiera a Dio agli inizi del suo regno: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3, 4 ss). Verso la fine del suo regno, il sincretismo religioso – conseguenza della presenza di molte donne straniere nel suo harem che introdussero culti pagani – e l’insorgenza delle autonomie tribali causarono il declino del regno di Salomone che, dopo la sua morte, si divise in due: al nord, con capitale Samaria, il Regno di Israele, che durò fino al 721, quando cadrà nelle mani dell’Assiria; al sud il Regno di Giuda, che Nabuccodonosor, re di Babilonia, nel 586 conquisterà, distruggendo Gerusalemme, insieme al Tempio, e deportando la popolazione a Babilonia. L’esilio babilonese sarà un periodo di prova per gli ebrei, ma anche di purificazione e di rinnovamento della fede. In tutto questo periodo Dio non abbandonò il suo popolo e, per mantenerne desta la fede, suscitò in mezzo ad esso i profeti: Elia, Eliseo, Amos e Osea nel regno di Israele, e Isaia, Geremia, Ezechiele nel regno di Giuda.

 

Epoca del giudaismo (o del Secondo Tempio) e dell’ellenismo (538-142 a.C.)

Nel 538 Ciro il Grande, re dei persiani, con un decreto lascia partire gli ebrei da Babilonia. Alcuni però rimasero a Babilonia, iniziando così la prima “Diaspora”. I rimpatriati ricostruiscono Gerusalemme e riedificano il Tempio fra il 520 e il 515. , incoraggiati dai profeti Aggeo e Zaccaria, guidati da Esdra (che raduna la comunità attorno al Tempio) e Neemia (riformatore politico). Israele diventa una comunità cultuale attorno al Tempio e al Sommo Sacerdote, che assunse in parte le funzioni regali. La Legge viene sempre più assolutizzata . Sorsero le Sinagoghe come luoghi di preghiera. Al posto dei profeti, prendono rilievo i sapienti, gli scribi, i maestri della Legge. E’ in questo periodo che prendono forma i principali libri della Bibbia.

Nel 332 Alessandro Magno conquista la Siria, la Palestina e l’Egitto. Sotto il suo dominio e quello dei suoi successori il mondo ebraico entra in contatto con la cultura e la mentalità greco-ellenistica. La lingua greca diventa la lingua delle persone colte. La Bibbia stessa nel vicino Egitto fu tradotta in greco (versione detta dei “Settanta”). Alla morte di Alessandro Magno (323) due dinastie si dividono l’Oriente: i Seleucidi in Siria e i Tolomei in Egitto.La Giudea inizialmente viene assegnata ai Tolomei, che furono molto tolleranti. Quando invece la Giudea passò sotto i Seleucidi, le cose cambiarono. Antioco IV Epifane nel 168 scatenò una violenta persecuzione religiosa contro gli ebrei, introdusse con la forza i culti greci, proibì ogni manifestazione di culto ebraico, e il Tempio fu dedicato a Zeus Olimpio. Tutto questo determinò negli ebrei una reazione, che sfociò nella “rivolta maccabaica. Il più valoroso dei fratelli Maccabei, Giuda, si mise a capo della rivolta che sconfisse le truppe di Antioco IV, entro in Gerusalemme, fece purificare il Tempio profanato, la cui dedicazione avvenne il 25 dicembre del 164. Per ricordare questo evento fu istituita festa ebraica di Hanukkah (della Dedicazione del Tempio), che dura otto giorni.

 

Periodo post-biblico

Epoca Romana (68 a.C.-313 d.C)

Dopo la breve dominazione degli Asmonei, discendenti dei Maccabei (142-63 a.C), le lotte fratricide per la conquista del potere favorirono l’intervento dei romani. Pompeo nel 63 entra in Gerusalemme ed Erode I il Grande, vassallo di Roma, diventa il nuovo re dei Giudei, ma l’intera regione da allora viene chiamata Palestina. A Erode si devono le grandi costruzioni di Masada, l’Herodion, Cesarea Marittima, Gerico, soprattutto l’ingrandimento del Tempio di Gerusalemme, che cambia volto (Tempio erodiano). Erode muore a Gerico nel 4 a.C. : Da circa due anni, nel suo regno era nato Gesù. A Erode successero i suoi tre figli: la Giudea e la Samaria toccarono ad Archelao, che però fu deposto due anni dopo a causa delle sue crudeltà, le due regioni passarono sotto il diretto governo di Roma, che le amministrò per mezzo di procuratori: dal 26 al 36 d.C. fu procuratore Ponzio Pilato; a Erode Antipa furono assegnate la Galilea e la Perea, con capitale Tiberiade; a Filippo toccarono le regioni a nord-est del lago di Galilea, con capitale Cesarea di Filippo (oggi Banias).

La Palestina era tutta percorsa da fremiti di ribellione contro la dominazione romana. La prima rivolta giudaica contro Roma scoppiò nel 66 d.C. e durò 4 anni. Nel 70 le truppe di Vespasiano e del figlio Tito entrarono in Gerusalemme: la città fu distrutta, insieme al Tempio, che non fu più ricostruito. Dal 70 gli ebrei vivono senza il Tempio. Tito ordinò la deportazione degli ebrei de fece radere al suolo la città di Gerusalemme. Le ultime sacche di resistenza furono a Masada e a Qumran, che caddero nel 73. Quando i Romani, attraverso una gigantesca rampa costruita in sette mesi penetrarono nella fortezza di Masada, dove un migliaio di ebrei continuava a resistere, trovarono soltanto desolazione e morte, in quanto i ribelli preferirono darsi la morte, anziché arrendersi. Oggi Masada è un sacrario israeliano, dove le reclute militari prestano giuramento di fedeltà.

Una seconda rivolta giudaica scoppiò nel 132. Per tre anni i Giudei. insorsero contro i Romani. Fu l’ultimo tentativo degli ebrei, nell’antichità, di riconquistarsi la patria e la libertà. Nel 135 l’imperatore Adriano intervenne drasticamente: espulse gli ebrei da Gerusalemme (cominciò allora la vera e propria Diaspora, che durerà fino al XIX secolo), ristrutturò Gerusalemme facendone una città romana e cambiandone il nome (Aelia Capitolina); sul luogo del Tempio furono erette statue a Giove e all’Imperatore; sul Calvario fu edificato il Foro con il tempietto a Venere. Il Sinedrio da Gerusalemme si spostò a Tiberiade, che da allora divenne una città ebraica e centro del Giudaismo. E’ a Tiberiade che vengono prodotti i testi principali del giudaismo: la Mishna e il Talmud detto di Gerusalemme. E’ in quest’epoca che in Palestina fiorisce la Chiesa giudeo-cristiana.

 

Epoca bizantina (313-614 d.C)

Costantino, che diede la libertà ai cristiani con l’editto di Milano nel 313, spostò la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio (chiamandola Costantinopoli). In questo periodo, di relativa calma, andò sviluppandosi la Chiesa giudeo-cristiana. Con il concilio di Nicea del 325, in Palestina ci fu un notevole risveglio cristiano, che continuò per circa tre secoli. La madre di Costantino, Elena, venne in Palestina nel 325 e a Nicea incontrò Macario, il vescovo di Gerusalemme, che la invitò a visitare la Città santa. A Gerusalemme, Elena provvedendo a far scoperchiare le vestigia pagane, curò la costruzione delle prime basiliche cristiane: quella del Santo Sepolcro e dell’Eleona (degli ulivi) a Gerusalemme, e quella della Natività a Betlemme. I luoghi più cari della cristianità furono facilmente scoperti proprio grazie alla decisione di Adriano di costruirvi sopra edifici pagani. Segue una grande fioritura cristiana, con la costruzione di monasteri nel deserto di Giuda, di scuole teologiche (a Cesarea), con l’inizio del movimento dei pellegrini, che ci lasciarono i preziosi diari: il pellegrino di Bordeaux nel 333, la pellegrina Egeria nel 380. Mentre l’impero romano d’Occidente finì nel 486, l’impero romano d’Oriente sopravvisse ancora per circa un millennio e in esso si sviluppò la civiltà bizantina, che ebbe il grande merito di conservare il patrimonio culturale dell’antichità greca e romana, e la tradizione cristiana dei primi secoli, mentre l’Occidente attraversava secoli di decadenza e di barbarie.

 

Epoca persiano-musulmana (614-1099 d.C)

Dopo il breve periodo persiano (614-638), che portò rovine e devastazioni sui santuari e sulle comunità cristiane bizantine (fu distrutto anche il Santo Sepolcro, mentre fu fortuitamente risparmiata la chiesa della Natività a Betlemme, perché conteneva le raffigurazioni dei Magi in costume persiano), la Palestina è occupata dagli arabi musulmani. Il califfo Omar nel 637 entra in Gerusalemme. Per qualche secolo la politica dei califfi fu abbastanza tollerante sia verso gli ebrei che verso i cristiani, che avevano la libertà di visitare i luoghi santi. Fin quando la dinastia dei Fatimiti prima e dei turchi Selgiuchidi poi, scatenarono una violenta persecuzione contro i cristiani, che prepararono l’avvento delle Crociate.

 

Epoca Crociata (1099-1291 d.C)

Il desiderio di riconquistare i Luoghi Santi e il timore che i Turchi invadessero l’Europa indussero i principi cristiani a unirsi per quella grande impresa religiosa, politica e commerciale che furono le otto crociate, promosse anche dal Papa.

Il 15 luglio 1099 l’esercito dei cavalieri d’Occidente conquistava Gerusalemme. Inizia il Regno Latino di Gerusalemme, a capo del quale fu eletto Goffredo di Buglione con il titolo di “Difensore del Santo Sepolcro”. A Goffredo, che morì quasi subito, successe il fratello Baldovino, che fu il vero organizzatore del Regno. Gerusalemme, da città di provincia, riacquistò lo splendore di una capitale. E’ durante la quarta Crociata (1202-1204) che San Francesco venne in Terra Santa e parlò col sultano. Le otto crociate che si susseguirono consolidarono il Regno Latino, che finì con la caduta di Akko nel 1291, ad opera dei Mamelucchi.

 

Epoca dei Mamelucchi (1291-1517 d.C)

Con la conquista di Akko i Mamelucchi divennero padroni di tutta la Palestina. In origine erano schiavi e soldati dei principi egiziani, a cui succedettero dopo l’estinzione della dinastia egiziana, Fu un periodo relativamente tranquillo per i cristiani e per gli ebrei. E’ in quest’epoca che, nel 1335, su interessamento del re di Napoli Roberto d’Angiò, i Frati Minori si stabilirono nel convento del Monte Sion, al Cenacolo. Nasce la Custodia della Terra Santa, costituita ufficialmente da Clemente VI nel 1342. ma l’inizio risale a San Francesco d’Assisi, che nel 1217 volle inviare nella Provincia d’Oltremare (così si chiamava allora) i primi frati, con a capo fra Elia da Cortona, per la custodia dei luoghi santi e l’annuncio del Vangelo in quelle terre. Francesco stesso visitò alcuni luoghi della Provincia di Terra Santa tra il 1219 e il 1220, incontrando anche il sultano d’Egitto a Damietta. Un ruolo fondamentale ebbero i reali di Napoli, gli Angiò, che nel 1333 acquistarono dal sultano d’Egitto il Cenacolo sul Monte Sion, che fu donato ai francescani che vi costruirono un convento.

 

Nei secoli successivi i francescani acquistarono altri luoghi santi, come l’Orto degli Ulivi, Cafarnao, le rovine del santuario dell’Annunciazione e il santuario della Nutrizione a Nazareth, il Campo dei Pastori a Betlemme…E’ incessante anche oggi l’attività svolta dalla Custodia per conservare i Luoghi Santi e per l’accoglienza dei pellegrini. Altrettanto importante è l’attività formativa e pastorale nelle parrocchie e nella scuole cristiane. Di grande rilievo in questi anni è la conservazione delle locali comunità cristiane, mediante la costruzione di alloggi a canone basso di affitto. Pregevole è l’attività culturale della Custodia, svolta dallo Studium Biblicum Franciscanum, che si occupa, oltre che di studi biblici e teologici, di archeologia del territorio. Ai frati docenti dello Studium si deve la scoperta di siti archeologici di somma importanza e la relativa pubblicazione di studi che consentono di riscrivere in maniera sempre più precisa la vita terrena di Gesù. Basti ricordare qui i nomi di padre Bellarmino Bagatti, padre Virgilio Corbo, padre Stanislao Loffreda, padre Michele Piccirillo, padre Eugenio Alliata e altri, che hanno arricchito con le loro scoperte, le loro ricerche e i loro studi la conoscenza del prezioso patrimonio archeologico della Terra Santa.

Il Responsabile della Custodia è appunto il Custode di Terra Santa. Data l’importanza del ruolo del Custode, egli non è eletto come tutti gli altri Ministri Provinciali dell’Ordine. Egli è nominato direttamente dalla Santa Sede dopo una consultazione con i frati della Custodia e la presentazione fatta dal Governo generale dell’Ordine.

In Terra Santa la figura del Custode è considerata come quella di una delle principali autorità religiose cristiane. Egli, insieme al Patriarca Greco Ortodosso e a quello Armeno, è responsabile dello “Status quo”, un insieme di consuetudini che regolano la vita in alcuni santuari, tra gli altri il Santo Sepolcro e la Natività di Betlemme.

 

Epoca Turco-Ottomana (1517-1917 d.C.)

Nel 1517 i Turchi conquistano la Palestina, guidati da Selim. Suo figlio, detto Solimano il Magnifico (che muore nel 1566) fece costruire nel 1542 la cinta muraria di Gerusalemme, che permane ancor oggi a delimitare la Città Vecchia. Il dominio ottomano, però, fu disastroso per la Palestina. La corrotta amministrazione dei Turchi e l’oppressione fiscale ridussero il Paese alla miseria economica e sociale, tranne che nel breve periodo del dominio egiziano (1831-1840), quando il Paese conobbe una vera e propria rinascita. Le varie comunità cristiane presenti in Palestina si contendevano, fra l’altro, il possesso dei Luoghi Santi. Fu nel 1852 che il sultano, nel tentativo di mettere pace fra le diverse componenti religiose, emanò il famoso “firmano”, che stabiliva il mantenimento delle situazioni di fatto (statu quo) in cui si trovavano le diverse comunità cristiane alla data del decreto. Pur contestato dai Francescani , che non lo consideravano equo, il firmano rimase in vigore e venne sempre confermato in seguito, fino ai giorni nostri. Esso regola i diritti e i doveri delle Chiese cristiane circa l’uso e la proprietà dei Luoghi Santi a Gerusalemme e in tutta la Terra Santa.

Con la I guerra mondiale, le armate turche, sconfitte dagli inglesi, lasciano la Palestina.


DALLA PALESTINA A ISRAELE

1872-1948

Per “Palestina” si intende quel territorio che oggi comprende il Regno di Giordania, l’odierno Stato di Israele, i c.d. Territori occupati (Cisgiordania e Striscia di Gaza). Scegliamo di partire dall’anno 1872, perché è proprio da quell’anno che ha inizio in Palestina un fenomeno destinato a cambiare radicalmente la storia e la geografia della Palestina: il ritorno degli ebrei, che erano stati cacciati per sempre da un decreto imperiale di Adriano nel 135 d.C., dopo la seconda rivolta giudaica.

La Palestina negli ultimi secoli fa parte dell’immenso impero Ottomano, che l’aveva conquistata nel 1516.

In questo periodo, gli arabi – a grande prevalenza di religione musulmana – sono circa 490 mila. I cristiani (tra i 50 e 70 mila) sono concentrati a Gerusalemme, Betlemme e Nazaret. Gli ebrei (tra i 12 e i 19 mila) sono esclusivamente raccolti in 4 centri: Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade.

La popolazione, dedita quasi esclusivamente all’agricoltura, è povera. La componente ebraica è totalmente avulsa dalla vita sociale palestinese e considerata di rango inferiore dagli arabi.

La maggioranza degli ebrei vive nella Diaspora, fuori dalla Palestina, ma verso gli anni 80 del XIX secolo comincia, silenziosamente, il movimento del ritorno, che si farà sempre più consistente nei decenni a venire. Si parla di sei grandi ondate immigratorie che si avranno dalla Diaspora verso la Palestina dal 1882 al 1948. Alla base di questo movimento del ritorno c’è un’unica motivazione: vivere e morire nella terra dei padri.

PRIMO PERIODO (1872-1914)

La metodologia usata fin dall’inizio è stata quella di comprare il terreno, ma senza nessun progetto preciso. Nascono comunque, in silenzio, i primi insediamenti ebraici. La prima vera ondata immigratoria è avvenuta nel 1881, dopo l’assassinio, in Russia, dello zar Alessandro II, vittima di un complotto che vide la partecipazione anche di un russo di origine ebraica. Si scatenò, così, una vera e propria persecuzione contro gli ebrei. Dal 1881 al 1914 fuggirono dalla Russia circa tre milioni di ebrei, due milioni e mezzo dei quali trovarono rifugio negli Stati Uniti, gli altri in Australia, in Canada e, in minima parte (24 mila) in Palestina. I nuovi immigrati russi in Palestina sono diversi dai primi, ripiegati su se stessi e autoseparati dal resto: i nuovi vogliono costruire una nuova società ebraica, presente in maniera coraggiosa nella Palestina del tempo.

Ciò che impresse un’accelerazione al movimento ebraico fu lo scoppio del caso Dreyfus. Nel 1894 Dreyfus, un ufficiale dello stato maggiore francese, ebreo, viene accusato di alto tradimento per aver fornito informazioni segrete alla Germania. Di colpo la Francia viene travolta da un ondata di antisemitismo, dimenticando che cento anni prima era stata la prima nazione al mondo a considerare gli ebrei uguali agli altri cittadini. Un giovane giornalista ungherese, Teodor Herzl, anch’egli ebreo, viene inviato dal proprio giornale a Parigi per seguire il processo. Herzl, sconvolto dal popolo parigino che gridava “morte agli ebrei”, scrisse di getto un libretto di 67 pagine, “Der Juden Staadt”, che uscì nel 1896 e che scioccò l’opinione pubblica europea. Da quasi due mila anni nessuno aveva mai più parlato di uno “Stato ebreo”. Herzl propone a tutti gli ebrei del mondo la creazione di uno Stato tutto per loro, nel quale gli ebrei finalmente potessero vivere un’esistenza libera e dignitosa, come tutti gli altri popoli. Nel suo scritto Herzl si spingeva fino a precisare il luogo in cui sarebbe dovuto sorgere, descrivendone l’organizzazione, la struttura istituzionale, l’esercito, ecc. Ipotizzò perfino la data entro cui doveva nascere il nuovo Stato: il 1946. Si sbaglierà di soli due anni! Tutti gli ebrei, sparsi nel mondo, furono scossi da questa proposta, che avviò rapidamente il movimento del Sionismo, così definito dal suo naturale fondatore, T. Herzl, mirante a ricostituire un nuovo Stato ebraico nella terra di Sion, l’antico Israele. In pochi mesi nacquero comitati sionisti ovunque, tanto che nel 1897 si tenne il I Congresso Sionista Mondiale a Basilea. T. Herzl visse ancora sette intensi anni, durante i quali finì per consumarsi, bussando alle porte delle varie potenze nazionali per ottenerne il consenso Morì nel 1904 a soli 44 anni. Gli succedette un giovane ebreo inglese, Chaim Weizmann, che presiedette nel 1904 l’VIII Congresso Sionista Mondiale, importante per le decisioni che furono prese, tra cui: la determinazione del luogo (la Palestina), in cui doveva sorgere il futuro Stato ebraico; la dirigenza del sionismo sarebbe stata determinata dalla componente socialista, in quanto grandemente maggioritaria (tale componente rimarrà l’unica a gestire il potere anche dopa la nascita dello Stato di Israele, fino al 1977, anno cui vinse le elezioni la Destra di Begin); venne decisa la costituzione di un Fondo Nazionale Ebraico, in cui sarebbero confluite tutte le donazioni e le offerte provenienti dalla Diaspora; il ripristino dell’antica lingua ebraica, che tutti gli ebrei immigrati erano obbligati ad imparare; l’obbligo, per tutti gli ebrei, di lavorare in proprio la terra e di difendersi da soli con le armi (mentre fino ad allora gli ebrei si facevano aiutare dagli arabi: e ciò aveva favorito un certo clima di buon vicinato): nacquero così i primi dissidi fra ebrei e arabi.

Tra il 1905 e il 1914 si colloca una seconda ondata immigratoria, sempre proveniente dalla Russia, a causa delle prime insurrezioni marxiste, represse dagli zar, che addossano la colpa agli ebrei. I nuovi immigrati russi danno origine, in Palestina, ai primi kibbutzim, dove si tenta di vivere l’utopia marxista.

 

SECONDO PERIODO (1914-1939)

L’impossibilità di condurre il Paese alla normalità spinse il governo britannico ad inviare in Palestina una commissione parlamentare, che, dal nome del suo presidente, fu chiamata Commissione Peel. Dopo aver parlato con i rappresentanti delle due comunità in lotta, la Commissione, nel luglio 1937, presentò al governo di Londra il progetto dell’unica soluzione ritenuta praticabile: un’ulteriore divisione di quel che rimaneva della Palestina originaria, dopo la prima illegale divisione operata dai britannici 16 anni prima. La proposta, fatta propria dal governo britannico, era di assegnare, dei 27 mila kmq, circa il 78% agli arabi, il 19% agli ebrei, mentre Gerusalemme e una striscia di terra che la collegava al mare, sarebbero rimaste sotto il controllo inglese. La proposta fu positivamente accolta da parte ebraica, anche se con molti contrasti, ma fu nettamente respinta dal Gran Mufti. La proposta decadde, ma all’interno del mondo arabo aumentarono i contrasti fra la fazione radicale e quella moderata, che giunsero ad una sorta di sanguinosa guerra civile.

Il governo inglese, che non riusciva più a dominare la situazione, pubblicò nel maggio del 1939 un Libro Bianco, nella speranza di portare a parziale soluzione la questione palestinese. Con tale Libro, veniva fortemente contratto il diritto di acquisto delle terre da parte degli ebrei; inoltre, i permessi di immigrazione ebraica venivano limitati a 15 mila all’anno per i successivi 5 anni, trascorsi i quali nessun ebreo avrebbe ricevuto il permesso di ingresso in Palestina; infine, fu deciso che nel 1948 il territorio del Mandato sarebbe stato consegnato interamente agli arabi per la costituzione di un loro Stato: gli ebrei residenti sarebbero stati inglobati come minoranza etnico-religiosa. In questo modo la Gran Bretagna ribaltava totalmente gli impegni ricevuti col Mandato, contrastando le decisioni della Società delle Nazioni: anziché favorire la nascita di uno Stato ebraico, programmava la fondazione di un secondo Stato arabo, dopo averne creato già uno, con l’Emirato di Transgiordania. Il motivo di questo voltafaccia inglese era frutto del timore, da parte del debole Gabinetto Chamberlain, che il mondo arabo si schierasse con l’Asse, nell’ormai imminente conflitto mondiale e venisse meno il dominio imperiale britannico in Medio Oriente. Per evitare questo, la Gran Bretagna cercava di ingraziarsi il mondo islamico, offrendo anche quel che non chiedeva.

Gli ebrei ricevettero un doppio colpo mortale: si sentirono traditi dalla Gran Bretagna e cominciarono ad essere vittima della campagna antisemita di Hitler.

La reazione degli ebrei palestinesi fu immediata. Ben Gurion, il responsabile dell’Agenzia Ebraica (la struttura di governo degli ebrei palestinesi, riconosciuta dalla Società delle Nazioni, quindi dotata di diritto internazionale), disse: “Combatteremo il Libro Bianco con ogni nostra forza”. E cominciò la lotta degli ebrei contro gli inglesi.

Tre mesi dopo, scoppiò il secondo conflitto mondiale, che si rivelerà tragico per 6 milioni di ebrei della Diaspora. Gli ebrei si videro costretti, per contrastare le truppe naziste antisemite e filoarabe, ad allearsi, loro malgrado, con gli inglesi. Lo stesso Ben Gurion chiamava tutti i sionisti ad un’altra sfida: “Combatteremo la guerra a fianco degli inglesi come se non ci fosse il Libro Bianco, e combatteremo il Libro Bianco come se non ci fosse la guerra”.

TERZO PERIODO (1939-1948)

La guerra scoppiò il 1 settembre 1939. Al 31 dicembre 60 mila ebrei palestinesi (su nemmeno mezzo milione) si erano arruolati volontari nelle caserme britanniche di Gerusalemme, Haifa e Tel Aviv. Ma la Gran Bretagna, per non urtare la suscettibilità degli arabi, decise di accettare nelle proprie file i soldati ebrei solo in numero uguale a quello dei volontari arabi. Non essendosi presentato quasi nessun arabo di Palestina per l’arruolamento, i volontari ebrei rimasero inutilizzati per 4 anni. Solo dopo le forti richieste, presentate al governo Churcill da Weizmann, presidente dell’O.S.M. e da Ben Gurion, capo dell’Agenzia Ebraica, 15 mila di loro vennero inseriti nell’armata britannica che stava risalendo l’Italia, combattendo tra Montecassino e Roma. Costituirono la Jewish Brigade, con una propria bandiera, che poi diventerà quella dello Stato ebraico. Ma gli inglesi fecero di tutto perché questa collaborazione rimanesse nascosta, temendo reazioni antibritanniche tra gli arabi palestinesi.

Nel frattempo, fedeli alle parole di Ben Gurion, di lottare non solo contro il nazifascismo, ma anche contro i britannici a causa del Libro Bianco, in Palestina si consolidò durante la guerra l’organizzazione ebraica clandestina “Haganah”, già avviata negli anni precedenti in funzione anti-araba e che ora assume una forte connotazione anti-britannica: Haganah cominciò a compiere azioni di sabotaggio contro gli inglesi per rendere loro la vita sempre più difficile e costringerli a rivedere il “tradimento” del Libro Bianco. I britannici punirono fortemente quei membri dell’Haganah trovati a delinquere: i quali, una volta incarcerati nelle prigioni britanniche, ricevevano dalle autorità britanniche la proposta o di scontare la pena in carcere o di offrirsi volontari per pericolose missioni segrete in Europa, nelle quali persero la vita centinaia di giovani ebrei, uomini e donne. Questi strani rapporti anglo-ebraici, più simili a situazioni di paranoia che non a collaborazione fra alleati, continuarono fino al maggio del 1945.

Negli anni della seconda guerra mondiale, almeno due sono gli avvenimenti che non possono passare sotto silenzio nel panorama storico che precede la nascita dello Stato di Israele: il primo è sufficientemente noto, l’altro quasi ancora sconosciuto.

– Anzitutto l’immigrazione clandestina. A seguito del divieto di superare le 15 mila unità annue, gli ebrei, per sfuggire alle SS e alla Gestapo, non avevano altra possibilità che di rifugiarsi nel territorio del Mandato, avendo nel frattempo anche gli Stati Uniti chiuso le porte all’immigrazione ebraica. Gli ebrei, in fuga dall’Europa, noleggiarono, tra mille difficoltà, navi che li avrebbero trasportati in Palestina. Dopo peripezie di ogni genere, lungo le coste atlantiche, del Mediterraneo e del Mar Morto, per sfuggire ai sottomarini tedeschi, arrivavano in vista dei porti di Haifa o di Tel Aviv. Più della metà di esse, però, venivano bloccate dalle motovedette britanniche. E così i fuggiaschi ebrei, sfuggiti per miracolo ai lager tedeschi, vennero processati con l’accusa di “immigrazione clandestina” e, una volta incarcerati, furono trasportati nelle prigioni di Cipro, e anche del Kenia e della Mauritania, dove rimasero fino al maggio del 1948. E’ nell’organizzare il punto di incontro di queste migliaia di disperati in fuga dall’Europa, che prese consistenza un’organizzazione costituita dai più capaci e temerari elementi di Hagadah, il cui nome, rimasto segreto per anni, fu Mossad (= Coordinamento). E’ da esso che, dopo la nascita dello Stato di Israele, nacque il servizio segreto israeliano, ancor oggi tra i più efficienti e temuti al mondo.

– Il secondo fatto è quello riguardante un’informazione segretissima, ancor oggi non del tutto svelata dal governo britannico. Nel 1944, l’Agenzia Ebraica, tramite l’O.S.M., consegnò ad emissari del governo Churcill informazioni dettagliate su campi segreti, in cui venivano ammassati gli ebrei, e i percorsi ferroviari che migliaia di vagoni bestiame compivano, attraversando mezza Europa. I ripetuti invii di queste informazioni terminavano sempre con una pressante richiesta al governo inglese: bombardate quei campi e i percorsi ferroviari che vi confluivano. Mai il governo di S.M. rispose a queste richieste. L’unico commento che uscì dal Foreign Office fu che: “…ogni ebreo eliminato dai tedeschi in Europa è un problema in meno per noi in Palestina”. Le stesse informazioni vennero inviate alla Croce Rossa, che, diversamente dai britannici, ha ammesso di essere stata informata. Ha giustificato la sua mancata denuncia di ciò che avveniva nei lager con la necessità di non vedersi chiudere del tutto i già ridotti spazi di attività di cui ancora poteva usufruire nei territori occupati dai tedeschi.

Alla fine della guerra, dopo la conoscenza precisa della tragedia della Shoah e facendosi forti dei meriti acquisiti con la Jewish Brigade e con le altre operazioni imposte dai britannici durante la guerra, i responsabili dell’Agenzia Ebraica chiesero alle potenze vincitrici che venissero abrogate le decisioni del Libro Bianco e si ritornasse al rispetto della Dichiarazione Balfour, permettendo inoltre agli ebrei il libero afflusso in Palestina.

Tale richiesta apparve così ineludibile, che la stessa Commissione Harrison (è la Commissione paritetica USA-Gran Bretagna, incaricata di proporre soluzioni al tragico problema dei 300 mila ebrei trovati ancora vivi nei lager, ma sradicati da ogni tessuto sociale e segnati irrimediabilmente anche nella psiche) convenne unanimemente nel richiedere al governo britannico l’immediato rilascio di 100 mila permessi di ingresso in Palestina per questi ebrei. Il governo britannico nel novembre 1945 rispose, negando qualsiasi permesso ai profughi ebrei di entrare in Palestina e rinnovando il Libro Bianco. L’opinione pubblica mondiale rimase scandalizzata da questa decisione del governo britannico e per gli ebrei palestinesi non rimaneva che un’unica soluzione: guerra ai britannici. Scoppiò uno scontro senza quartiere, che durò due anni, tra inglesi ed ebrei in Palestina, tanto che il governo britannico decise di arrendersi. Nell’aprile 1947 comunicò all’Assemblea dell’ONU (che prese il posto della Società delle Nazioni) la propria rinuncia al Mandato ricevuto nel 1922. Da quel momento, la situazione passò nelle mani delle Nazioni Unite. Fu istituita velocemente una Commissione, con l’incarico di visitare la Palestina e di suggerire eventuali soluzioni al problema. La Commissione, con prontezza, si recò in Palestina durante l’estate del 1947 ed elaborò due possibili strade:

– la costituzione di un solo Stato, dove convivessero i due popoli (soluzione monostatuale binazionale);

– la spartizione della Palestina già amputata in due piccoli Stati, uno ebraico e uno arabo (soluzione bistatuale).

La Commissione tornò in America, non senza aver costatato che troppo diverse erano le concezioni di vita dei due popoli, perché fosse possibile una pacifica convivenza. Mentre il popolo ebraico mostrava una grande intraprendenza in tutti i campi della vita sociale, il mondo arabo appariva stagnante, anche per il motivo che era venuta a mancare una forte leadership a causa delle decimazione che la parte araba si era auto-procurata con le lotte intestine degli anni precedenti. Da aggiungere anche la scaltrezza dell’Agenzia Ebraica, che aveva accompagnato i membri della Commissione proprio nelle zone più inospitali, mostrando l frutti dell’operosità ebraica.

L’Assemblea Generale dell’ONU, che si riunì nel settembre 1947, esaminò le due possibili soluzioni:

– la prima consigliava la costituzione di due Stati, di cui tracciava anche in confini (il 56% del territorio agli ebrei e il 44% agli arabi) e la internazionalizzazione di Gerusalemme;

– la seconda consigliava la costituzione di un unico Stato binazionale.

Il 29 novembre l’ONU arrivò alla votazione finale, scegliendo la prima soluzione. Il risultato passò alla storia come la Risoluzione ONU n° 181, con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astenuti.

Mentre gli ebrei, pur con il rammarico di perdere parte della “terra dei padri”, esultarono ed accettarono la Risoluzione, gli ambasciatori dei Paesi arabi (la società araba palestinese si trovò praticamente priva di rappresentanza) la respinsero, in nome del principio della intangibilità del territorio islamico, fondato sul diritto concesso da Allah ai palestinesi di occupare tutta la terra dal Giordano al Mediterraneo.

Iniziò, così, quella lunga, interminabile lotta, ancor oggi in corso, tra gli ebrei e gli arabi.

 

 

 

 


DAL 1948 AI NOSTRI GIORNI

 

I MAGGIORI CONFLITTI

Il 14 maggio 1948, mentre Ben Gurion, nominato capo del governo provvisorio, a Tel Aviv (che divenne la capitale del nuovo Stato) dichiarava nato lo Stato di Israele, immediatamente scoppiava la prima guerra arabo-israeliana: gli eserciti di sei Stati, Libano, Iraq, Siria, Regno di Transgiordania, Egitto, Arabia Saudita, invadevano il territorio che l’ONU aveva assegnato agli ebrei. Lo Stato di Israele immediatamente rispose al fuoco arabo e nel luglio 1949 firmò accordi di armistizio separati con i singoli Stati belligeranti. Questa prima guerra produsse la distruzione di centinaia di villaggi palestinesi e creò oltre 700 mila profughi palestinesi, privi di una propria patria. Inizia la tendenza espansionistica dello Stato di Israele (in parte dovuta alla necessità di allargare lo Stato per ospitare centinaia di migliaia di ebrei, in parte per ragioni difensive nei confronti delle aggressioni arabe) e soprattutto si avvia la prassi di trattare direttamente con gli Stati arabi, il che portò ad un graduale indebolimento delle funzioni dell’ONU. In particolare, dopo questa prima guerra, gli accordi dell’armistizio riconoscevano la sovranità della Galilea e del Neghev a Israele, della Cisgiordania alla Giordania e della striscia di Gaza all’Egitto. Gerusalemme fu divisa in due: la parte orientale, con la Città Vecchia e i Luoghi Santi, fu affidata alla Giordania e la parte occidentale, ossia la città nuova, ad Israele.

Il primo Parlamento (Knesset) tenne la sua seduta inaugurale a Gerusalemme il 14 febbraio 1949: Weizmann divenne il primo presidente dello Stato e Ben Gurion fu nominato Primo Ministro e ministro della Difesa. Dopo l’approvazione della “Legge del Ritorno” (1950), si assistette ad una nuova forte immigrazione di ebrei, la maggior parte dei quali, almeno inizialmente, erano provenienti dai Paesi arabi (ebrei sefarditi), mentre altri (ebrei ashkenaziti) provenivano dall’Europa centrale.

Alla prima guerra, ne seguirono altre.

– La campagna del Sinai (29 ottobre-5 novembre 1956). Il 25 luglio 1956 Nasser, il presidente dell’Egitto, nazionalizzò il canale di Suez (di proprietà anglo-francese), scatenando l’intervento di Francia e Gran Bretagna – che vedevano messi in pericolo i loro interessi strategici ed economici – e dello stesso Israele, che vide nella nuova alleanza militare tra Egitto, Siria e Giordania una minaccia per la propria sopravvivenza. Di fronte al proposito di Nasser di impedire a Israele la navigazione attraverso il canale di Suez, gli israeliani il 29 ottobre attaccarono gli arabi – che furono costretti a ritirarsi – e occuparono la striscia di Gaza e il Sinai, fermandosi a 16 km. dal canale. Le due zone furono restituire all’Egitto nel marzo 1957 in seguito ad accordi bilaterali. Ma nel decennio successivo una lunga serie di scaramucce di confine tra Egitto e Israele, e una serie di guerriglie sul confine giordano e presso le alture del Golan a nord, prepararono il terreno per una nuova guerra.

– La guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967). Il presidente Nasser il 17 maggio 1967 chiese e ottenne il ritiro dei caschi blu dell’ONU dalla striscia di Gaza e dal confine egiziano con Israele, accampando il pretesto che tali forze, richieste in passato dal governo egiziano, potevano essere evacuate su disposizione dello stesso governo egiziano. Il 23 maggio il governo egiziano decise di chiudere il golfo di Aqaba alle navi israeliane. Dietro a tale decisione non c’era soltanto l’attrito con Israele, ma anche la volontà dell’Egitto di fare pressione sugli Stati arabi, specialmente su l’Arabia Saudita e la Giordania (allora in cattivi rapporti con l’Egitto), a fare causa comune con l’Egitto e anche di mostrarsi agli occhi dell’occidente come il Paese leader del mondo arabo. La decisione del governo egiziano fu considerata come casus belli da Tel Aviv. Il 5 giugno, infatti, costatato anche l’ammasso di truppe dell’Egitto, Siria e Giordania ai propri confini, Israele con un attacco preventivo in soli sei giorni distrusse al suolo la quasi totalità dell’aviazione dei tre Paese arabi, decimando anche le forze corazzate e di terra, che si trovarono senza copertura aerea. Con questa fulminea vittoria, Israele strappava all’Egitto la penisola del Sinai e la striscia di Gaza, occupava militarmente la Cisgiordania (dove sarebbe dovuto nascere lo Stato palestinese) e Gerusalemme est, togliendole alla Giordania, e sottraeva alla Siria le alture del Golan. Sono questi i cosiddetti “Territori Occupati” (tranne il Sinai, restituito poi all’Egitto in seguito agli accordi di Camp David del 1978), nei confronti dei quali una parte degli Israeliani cominciò a nutrire propositi di definitiva annessione, favorendo l’istituzione di colonie agricole in grado di presidiare anche in senso militare il territorio palestinese della Cisgiordania. Molti di questi coloni daranno consistenza alle posizioni della destra nazionalista israeliana. Le truppe israeliane occuparono la Città Vecchia di Gerusalemme e la Spianata del Tempio il 7 giugno 1967, distruggendo le fatiscenti abitazioni palestinesi In quella circostanza ci fu chi avrebbe voluto distruggere le Moschee per costruirvi il Terzo Tempio, ma fu impedito dalla saggezza di Moshe Dayan, ministro della difesa. Il Gran Rabbinato comunque impedì l’ingresso alla Spianata – in virtù della legge ebraica che vieta di calpestare il luogo del Santo dei Santi – a tutti gli ebrei. Da allora sulla Spianata, oltre ai musulmani, possono salire soltanto turisti ed ebrei non religiosi. Le Nazioni Unite, con la risoluzione 242, prospettarono il ritiro di Israele dai Territori Occupati (compresa Gerusalemme Est), in cambio del riconoscimento dello Stato ebraico da parte degli Stati arabi confinanti, sempre inclini alla distruzione di Israele. La risoluzione 242 dell’ONU delineava quella politica di “pace in cambio di territori” che da allora ha ispirato tutti i tentativi di soluzione della questione palestinese.

Il problema non si prospettava semplice, sia per la nascita, in seno ad Israele, degli estremisti nazionalisti che rifiutavano qualsiasi possibile dialogo con la parte araba, sia per la nascita, in ambito arabo palestinese, di una nuova organizzazione, l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), guidata da Arafat, che aveva come scopo primario la creazione di uno Stato indipendente palestinese, possibile – si pensava – solo mediante l’eliminazione dello Stato di Israele.

– Nel 1973 scoppiò la quarta guerra arabo-israeliana, detta la guerra del Kippur (Yom Kippur= Giorno dell’espiazione) (6-22 ottobre 1973). In occasione della festa religiosa ebraica del Kippur, stavolta furono l’Egitto e la Siria ad attaccare di sorpresa Israele, I due Paesi arabi all’inizio ebbero la meglio, decimando l’aviazione israeliana, ma le unità corazzate israeliane, guidate dal gen. Sharon, organizzarono un’abile controffensiva, rovesciando le sorti del conflitto.

PROCESSI ALTALENANTI DI PACE

Con la guerra del Kippur si chiuse la fase delle guerre dichiarate fra i Paesi arabi e Israele, e iniziò un periodo di trattative per la soluzione della questione palestinese.

In Israele nel maggio 1977 si verificò una svolta nella politica di Israele: per la prima volta, le elezioni furono vinte dal partito del Likud (conservatore-liberale), mentre in Egitto il presidente Sadat, dopo la guerra del Kippur, cambiò linea politica nei confronti di Israele, al punto che nel novembre 1977 Sadat si reca coraggiosamente in visita a Gerusalemme, e, con un discorso storico alla Knesset, inaugurò di fatto il processo di pace tra Egitto e Israele. Nel dicembre dello stesso anno, Begin si reca in visita al Cairo.

Nel settembre 1978, i due presidenti si incontrano a Camp David col presidente Usa J. Carter. Gli accordi di Camp David costituiscono una tappa di non ritorno, in quanto l’Egitto ottenne la restituzione del Sinai e soprattutto riconobbe, primo fra gli Stati arabi, lo Stato di Israele. Sadat e Begin ricevono nel 1978 il premio Nobel per la pace, ma Sadat viene condannato come traditore dai palestinesi e dagli altri governi arabi. Sarà ucciso, durante una parata militare al Cairo, il 6 ottobre 1981 da tre soldati, a nome degli integralisti islamici.

Nel 1980 Israele dichiara Gerusalemme (“una e indivisibile”) capitale dello Stato, provocando una condanna dell’Onu, che invita tutte le ambasciate a trasferirsi a Tel Aviv.

Nel 1982 Israele avviò l’operazione Pace in Galilea, conosciuta anche come guerra del Libano, con l’obiettivo di creare una zona priva di insediamenti palestinesi attorno ai confini settentrionali israeliani e anche perseguendo l’obiettivo di una distruzione definitiva dell’OLP. Dopo aver attaccato l’OLP, i siriani e le forze musulmane libanesi, Israele occupò il Libano meridionale, spingendosi fino a Beirut. L’OLP fu costretta a trasferire la propria sede in Tunisia. Nel quadro di questa azione militare si ebbero i massacri dei campi profughi di Sabra e Shatila, perpetrati dalle forze filo-israeliane del cosiddetto Esercito cristiano del sud del Libano. L’inerzia delle forze israeliane responsabili della sicurezza di quelle aree provocò una severa inchiesta da parte della Corte Suprema di Israele, che si concluse con le dimissioni di Sharon da Ministro della Guerra.

Nel 1987 era iniziato un moto popolare di sollevazione tra i palestinesi, chiamato Intifada (in arabo “brivido, scossa”), che tentava di combattere l’occupazione israeliana nei Territori Occupati attraverso scioperi e disobbedienza civile e mediante strumenti di lotta quali il lancio di pietre contro l’esercito invasore.

Sempre in questo periodo, gruppi estremistici di matrice islamica abbandonarono l’OLP, accusata di essere troppo “moderata”, e trovarono come punto di riferimento il movimento Hamas (nato a Gaza nel 1987): il nome Hamas è acronimo di una espressione araba che significa Movimento di resistenza islamico e ha come scopo la distruzione dello Stato di Israele e la nascita di uno Stato islamico palestinese comprendente l’attuale Israele, la Cisgiordania e la strisca di Gaza. Hamas impiega tecniche di lotta terroristica decisamente alternativa a quella più diplomatica dell’OLP.

Il 13 settembre 1993 si tenne a Washington un importante vertice di pace tra lo Stato di Israele e l’OLP, firmato dai due presidenti Peres e Arafat, alla presenza del presidente americano Bill Clinton. Il vertice era la conclusione degli Accordi di Oslo, che stabilivano, di comune accordo, un graduale ritiro delle forze israeliane da parte della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, affermando il diritto palestinese all’autogoverno in tali aree attraverso la creazione dell’ ANP (Autorità Nazionale Palestinese), lasciando fuori alcune questioni annose come la città di Gerusalemme e i rifugiati palestinesi. Insieme a tali principi, le due parti approvarono il mutuo riconoscimento tra Israele e l’OLP: il governo israeliano riconobbe l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese, mentre l’OLP riconosceva il diritto ad esistere dello Stato di Israele e rinunciava al terrorismo e quindi al principio di distruzione di Israele. Era un bel passo avanti.

Il 30 dicembre 1993, a Gerusalemme fu firmato un Accordo Fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato di Israele. L’avvenimento segnò una svolta significativa nei rapporti tra Israele e il Vaticano, che pochi mesi dopo allacciarono i rapporti diplomatici al più alto livello. Anche con l’ANP la Santa Sede il 15 febbraio 2000 firmerà un Accordo di base, per regolare le questioni giuridiche concernenti l’attività e la presenza della Chiesa cattolica nei territori dipendenti dall’Autorità Palestinese.

Malgrado le speranze suscitate dagli Accordi di Oslo e dalle successive intese, il conflitto non appariva risolto, tanto che gli scontri ben presto ripresero.

Nel 1995, il 4 novembre, il premier laburista israeliano Rabin, premio Nobel con Arafat e Peres per aver sottoscritto gli storici Accordi di Oslo con l’OLP, venne ucciso da un esponente dell’estrema destra israeliana durante un comizio politico a Tel Aviv.

Nell’ultimo periodo, la nuova strategia di Hamas di ricorrere ad attentati suicidi contro gli israeliani ha ulteriormente acuito la tensione, causando un irrigidimento delle posizioni israeliane. La tensione comincia a risalire nel settembre del 2000 con la seconda Intifada, scatenata da una provocatoria passeggiata dell’allora candidato premier israeliano Ariel Sharon sulla spianata delle moschee. L’intifada durò cinque anni e provocò più di 5000 vittime tra i palestinesi e un migliaio tra gli israeliani. E’ una stagione segnata da attacchi terroristici e rappresaglie. A partire dalla primavera del 2002 inizia la costruzione della barriera di separazione (il Muro), alta 8 metri che divide le aree autonome palestinesi da Israele e dai suoi insediamenti, con lo scopo di impedire l’ingresso dei terroristi palestinesi nel territorio israeliano.

 

La morte del leader del’OLP, Arafat (primavera 2004) e l’elezione del suo successore, Abu Mazen, hanno portato, tra innumerevoli azioni di guerriglia e dure ritorsioni israeliane, allo sgombero (unilateralmente disposto nel 2005 dal premier israeliano Sharon) della Striscia di Gaza, consegnata all’Autorità Nazionale Palestinese. Il 12 settembre 2005, dopo l’evacuazione di tutti i coloni israeliani presenti nel territorio della Strisca di Gaza, essa passò in mano palestinese. Le prime elezioni consegnano ad al-Fatah (il braccio armato dell’OLP) il governo della Strisca, primo pezzo del futuro Stato palestinese. Ma dopo quasi due anni, le nuove elezioni sono state vinte dal partito islamista di Hamas.

Durante il giugno 2007 la tensione tra Hamas e al-Fatah, il partito del presidente dell’ANP, Abu Mazen, sfociò in scontri aperti tra le due fazioni. Il 14 giugno 2007 Hamas conquistò la sede militare dell’ANP arrivando di fatto al controllo dell’intera Striscia di Gaza.

Contestualmente iniziò una nuova fase del conflitto tra Hamas e Israele, che vide, da parte israeliana, un embargo verso la Striscia, missioni di guerra e cosiddetti assassinii mirati contro esponenti palestinesi ritenuti pericolosi, che causarono però diverse centinaia di morti tra la popolazione della Striscia, e, da parte palestinese, il lancio di missili e tiro di mortaio contro istallazioni e città israeliane.

Il 1 marzo 2008 l’esercito dello Stato di Israele con l’operazione Inverno Caldo invase direttamente l’area con forze blindate e aeree, in risposta ai razzi sparati da Hamas dalla Striscia. L’Egitto ha fatto da mediazione tra i due contendenti: Hamas ha accettato di porre fine al lancio dei razzi in cambio di un alleggerimento del blocco da parte di Israele. Ma entrambe le condizioni non sono state del tutto rispettate. Israele,il 4 novembre con un attacco dentro il territorio di Gaza, violò la tregua. Hamas, per tutta risposta e con la speranza di poter trattare con Israele da posizioni di forza, il 19 dicembre riprende le ostilità con nuovi lanci di razzi. Israele il 27 dicembre risponde con l’operazione Piombo Fuso, con bombardamenti aerei miranti a colpire le postazioni di lancio dei missili palestinesi. La notte del 3 gennaio 2009 l’esercito israeliano invade la Striscia fino a penetrare nella città di Gaza. L’Onu, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno alzato le grida di allarme, invitando gli israeliani al ritiro delle truppe e Hamas a rinunciare al lancio dei razzi. Israele ha ritirato le proprie truppe, ma di fatto tiene sotto controllo la Striscia di Gaza.

Nel 2010 il presidente americano Obama tenta una soluzione di pace, chiamando alla Casa Bianca il primo ministro Netanyahu e il presidente dell’ANP Abu Mazen. Il 31 dicembre 2014 il Consiglio di sicurezza dell’ONU respinge una risoluzione presentata dalla Giordania, che chiedeva entro il 2017 la fine dell’occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele e una ripresa dei negoziati in base allo schema dei due Stati entro i confini del 1967 e con capitale Gerusalemme est per il futuro Stato palestinese.

LA QUESTIONE DI GERUSALEMME

Uno dei nodi principali del conflitto israelo-palestinese riguarda la Città di Gerusalemme. La storia recente insegna che non è possibile raggiungere un accordo di pace tra i due popoli senza prima definire lo status della Città Santa, nel cui territorio si trovano anche i massimi templi delle tre religioni monoteistiche. Per gli ebrei è il luogo dove si trova il suolo del Tempio di Dio: di quel Tempio è rimasto solo il Muro Occidentale di sostegno, risalente al secondo Tempio, chiamato anche Muro del Pianto, il luogo più significativo per la preghiera degli ebrei. Per i cristiani Gerusalemme è il luogo della passione, morte e risurrezione di Gesù, eventi la cui memoria è custodita soprattutto nella Basilica del Santo Sepolcro (per gli orientali: Basilica dell’Anastasis). Per i musulmani Gerusalemme è la terza Città Santa, dopo Mecca e Medina, è il luogo dove si trova la moschea di Omar o Cupola della Roccia (dove, secondo una tradizione medievale, Maometto è salito al cielo); e dove si trova la moschea al-Aqsa “quella più lontana.

Tutti questi luoghi – cosa unica al mondo – si trovano in un raggio spaziale non superiore al chilometro quadrato.

E’ curioso il fatto che, quando Ben Gurion, il 14 maggio 1948, dichiarò l’indipendenza dello Stato ebraico a Tel Aviv, che ne divenne la capitale, Gerusalemme – la città da sempre invocata dagli ebrei della diaspora – non venne mai citata. Lo Stato di Israele nacque dunque a prescindere da Gerusalemme. Del resto, il piano di spartizione dell’ONU del 1947 affermava che essa doveva essere considerata come un corpus separatum sotto un regime internazionale speciale e doveva essere amministrata dalle Nazioni Unite. E lo stesso Ben Gurion, per non inimicarsi gli ebrei osservanti, affermò che la perdita di Gerusalemme (città da lui non amata) era il prezzo che si doveva pagare per la fondazione di uno Stato ebraico. Non si dimentichi che il movimento sionista aveva posto ai margini della sua propaganda politica e ideologica la sacralità di Gerusalemme: Esso era un movimento filo-europeo e laico, che sposava le idealità della sinistra e considerava Gerusalemme un relitto del passato , una città bigotta, superstiziosa e improduttiva.

Le cose cambiarono già con la guerra del 1948, guerra che gli Stati arabi confinanti persero e durante la quale l’esercito israeliano occupò una parte di Gerusalemme. Gli Accordi di armistizio del 1949 tra Israele e gli Stati arabi divisero in due parti, con la cosiddetta “Linea Verde” la Città di Gerusalemme: la parte occidentale fu assegnata agli Israeliani, la parte orientale – dove si trovava la Città Vecchia e quindi i luoghi santi delle tre religioni – ai giordani.

L’ONU non riconobbe questi Accordi e si attenne ai confini fissati dal piano di spartizione. Negli anni successivi, sia la Giordania, sia Israele preferirono lasciare divisa Gerusalemme. Ma la divisione venne sempre più sentita come dilaniante per una città che fino ad allora venne vissuta coma una realtà unitaria.

Pio XII aveva ufficialmente chiesto l’instaurazione di un “regime internazionale” nella Città Santa, al fine di garantire la tutela dei santuari e assicurare libertà di accesso ai luoghi di culto, ma questo appello non fu accolto dalle parti.

Comunque è a partire dalla “Linea Verde” che Gerusalemme entra a pieno titolo nella storia dello Stato di Israele, divenendone, per motivazioni sia politiche che religiose, un elemento costitutivo.

Il primo ministro Ben Gurion comprese, dopo qualche anno, l’importanza di Gerusalemme e già nel 1950, in seguito alla proposta dell’ONU di internazionalizzare la Città, decise con determinazione di ostacolare questo progetto, spostando la Knesset – il Parlamento israeliano – e diversi ministeri a Gerusalemme, in modo da renderne definitiva l’annessione.

Si arriverà, poi, al 1980, quando il Parlamento israeliano votò una “legge fondamentale” cioè di livello costituzionale, che dichiarava Gerusalemme “capitale unica e indivisibile dello Stato ebraico”. L’ONU, con la risoluzione n. 478, definì la legge “nulla e priva di validità”, in quanto violava il diritto internazionale e ostacolava il raggiungimento della pace tra i due popoli. La comunità internazionale continuò pertanto a tenere le proprie ambasciate a Tel Aviv e a non riconoscere a Gerusalemme il rango di capitale di Israele.

Già a partire del giugno 1967, dopo la guerra dei sei giorni, Israele occupò gran parte di Gerusalemme est, svuotando sempre più di significato la “Linea Verde”. I nuovi confini amministrativi vennero così estesi alla parte orientale, e la sua superficie passò da 38 a 108 Kmq. Da allora fu perseguita una politica di “ebraizzazione” della Città Santa, favorendo l’insorgere di insediamenti israeliani nella Gerusalemme est e dintorni. Questa politica di annessione condotta da Israele nei confronti di Gerusalemme est – sia dai governi di destra, sia dai governi di sinistra – venne continuamente condannata, oltre che dall’ONU, anche dalla Ue, che la considera di ostacolo al processo di pace. Impedendo lo sviluppo urbanistico palestinese, si finisce per separare Gerusalemme est dalla Cisgiordania e quindi diventa sempre meno attuabile la proposta dei palestinesi di dichiarare Gerusalemme est la capitale del futuro Stato palestinese.

L’unico colloquio di pace che si occupò direttamente della situazione di Gerusalemme fu quello di Camp David, che si svolse dall’11 al 24 luglio del 2000, fra il leader palestinese Arafat e il primo ministra israeliano Barak con la mediazione del presidente statunitense Clinton. Ma il vertice si concluse in modo fallimentare.

A riaprire la questione di Gerusalemme è stata la decisione del presidente statunitense Donald Trump di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme. Questa decisione, oltre ad avere un forte significato simbolico, ha anche una grande rilevanza politica, perché si oppone all’indirizzo finora seguito dalla gran maggioranza della comunità internazionale, che, in ottemperanza alle varie risoluzioni dell’Onu, per Gerusalemme est intende mantenere per il momento lo status quo. La nuova ambasciata americana è stata inaugurata da Ivanka Trump, figlia del presidente Usa, il 14 maggio 2018, nel 70.mo anniversario della fondazione dello Stato di Israele. Il giorno successivo, il 15 maggio, nella striscia di Gaza si sono tenute diverse manifestazioni di protesta da parte dei palestinesi nei pressi della frontiera con Israele. L’esercito israeliano ha risposto aprendo il fuoco contro i manifestanti, provocando la morte di 49 persone e il ferimento di almeno altre 1500.

Dopo gli Usa, anche il Guatemala e il Paraguay hanno spostato le loro ambasciate a Gerusalemme, riconoscendola dunque come capitale. Altri Paesi stanno maturando la stessa decisione. Del resto va detto che non solo la Knesset, ma anche il Governo israeliano, i ministeri e tutti gli uffici amministrativi sono ubicati a Gerusalemme.

Tutte queste vicende dimostrano come il problema della Città Santa e quello riguardante la soluzione del conflitto israelo-palestinese siano strettamente legati e interdipendenti.

QUALCHE CONCLUSIONE

  1. La breve cronistoria dei principali avvenimenti dice che la conclusione del conflitto israelo-palestinese è ancora molto lontana.
  2. Sullo scacchiere del Medio Oriente pesano soprattutto gli interessi politici, militari e finanziari sia del mondo arabo (non sempre amico dei palestinesi), sia delle potenze occidentali neocoloniali. Si ha l’impressione che i “grandi” della Terra abbiano trovato proprio nel conflitto israelo-palestinese il pretesto per giocare una partita che in realtà è ben più ampia del conflitto in corso. A farne le spese sono sia i palestinesi che gli israeliani.
  3. Il problema dei profughi palestinesi non è ancora stato risolto. Finora, solo la Giordania ha esteso la cittadinanza ai profughi palestinesi. Gli altri 21 Paesi arabi hanno fatto ben poco per la soluzione di tale problema.
  4. L’ONU, in questa come in altre situazioni, rivela la sua debolezza, riempita solo dalle decisioni, forzatamente unilaterali, dei Paesi       coinvolti nel conflitto.
  5. A fronte della tesi monostatuale (uno Stato per i due popoli) che ogni tanto ritorna, vista la difficoltà della soluzione bistatuale, (due Stati per i due popoli) appare sempre più ragionevole impegnarsi per i due Stati, soluzione sempre portata avanti dall’Onu e anche dalla diplomazia della Santa Sede. La difficoltà sorge quando si tratta di ri-definirli. L’ideale sarebbe che Israele si ritirasse dai territori occupati nel 1967 (cioè la Cisgiordania) per consentire la costituzione di uno Stato palestinese congruo. Ma questa soluzione appare oggi quasi impossibile, dato l’elevato numero (circa 400 mila) di coloni ebrei che qui vivono e che certo non accetterebbero mai di lasciare la propria terra. Questo è uno dei nodi che nessun capo del governo israeliano, laburista o conservatore, riesce a risolvere.
  6. Si fa strada anche l’idea, vista l’improponibilità della soluzione monostatuale e l’impraticabilità della soluzione bistatuale, di una “Confederazione di Stati mediorientali”, ristretta a Israele, Cisgiordania, Striscia di Gaza e Giordania. Una confederazione di questo tipo verrebbe a risolvere la probabile incapacità di funzionare dello Stato palestinese, nonché i problemi di una Giordania che oggi non ha sbocchi sul Mediterraneo. Ma tale soluzione, caldeggiata anche da alcuni intellettuali israeliani, verrebbe inevitabilmente respinta dai fondamentalisti di Hamas, sostenitori della intangibilità e integrità del territorio storico della Palestina.

 

APPENDICI

Scheda di Israele

Attualmente lo Stato di Israele ha una superficie di circa 22 000 Kmq, che salgono a circa 27 000 Kmq se si considerano anche i c.d. Territori occupati.

La popolazione supera gli 8 milioni e mezzo di abitanti ed è in costante aumento. Etnicamente, Il 75% della popolazione è costituito da ebrei, il 20% da arabi e il 5% da persone di varia nazionalità. Sul piano religioso il 76% della popolazione è di religione ebraica, il 17% di religione musulmana, il 2% di religione cristiana, il rimanente è costituto da drusi e da altre religioni.

Lo Stato di Israele è una repubblica democratica parlamentare. L’organo legislativo è l’Assemblea Nazionale (Knesset), formata da 120 membri, eletti ogni 4 anni con sistema proporzionale a suffragio universale diretto. Dal 1966 gli israeliani sono chiamati a eleggere, oltre ai parlamentari, anche il Primo Ministro. Ogni 5 anni la Knesset elegge il Presidente della Repubblica

La capitale è Gerusalemme fin dal 1949 (la prima capitale è stata Tel Aviv, dove si trovano ancora la maggior parte delle ambasciate), ma l’ONU non l’ha mai riconosciuta come capitale. Nel luglio del 1980 la Knesset dichiarò Gerusalemme capitale eterna e indivisibile di Israele. Lo status di Gerusalemme rappresenta a tutt’oggi uno degli aspetti più difficili della cosiddetta questione palestinese. Gerusalemme, con i suoi oltre 850 mila abitanti, è la città più popolosa di Israele.

 

Le religioni

 

Al di là delle minoranze religiose come quelle dei Drusi e dei Samaritani, sono tre le religioni tipiche di Israele.

La religione ebraica è di gran lunga la principale. E’ legata all’Antico Testamento e al culto della sinagoga. L’incontro tradizionale del pellegrino con il giudaismo avviene solitamente al cosiddetto Muro del Pianto o Muro Occidentale, il luogo più sacro, perché è una sorta di memoriale dell’antico Tempio di Gerusalemme, distrutto nel 70 d.C. Qui si anima ogni giorno la preghiera degli ebrei, che viene fatta muovendo tutto il corpo, perché tutto l’essere dell’uomo dia lode a Dio. Nel culto si indossa un mantello bianco a righe, detto tallit, e degli astucci di cuoio legate sulla fronte e sul braccio, detti tefillin, o filatteri, contenenti alcuni passi della Bibbia. La mezuzah (al plurale mezuzot) indica una piccola scatola di forma allungata, contenente una pergamena che riporta i passi della preghiera ebraica quotidiana (detta dalle prime parole Shema’ Israel, Ascolta Israele.

Le antiche tradizioni rabbiniche sono raccolte nel Talmud, che è una monumentale antologia di norme, di interpretazioni e di meditazioni.

Le feste principali del calendario ebraico sono il sabato, che inizia al tramonto del venerdì e si chiude al tramonto del sabato, ed è strettamente osservato soprattutto per quanto concerne il riposo; la Pasqua (memoria dell’uscita dall’Egitto), le Settimane (o Pentecoste), le Capanne (memoria del soggiorno di Israele nel deserto), il Kippur, giorno di penitenza e di digiuno. Significative anche le feste di Capodanno, di Hannukkah (a ricordo della dedicazione del Tempio compiuta da Giuda Maccabeo nel 164 a.C, dopo la sua profanazione ad opera di Antioco Epifane); la festa dei Purim, una sorta di carnevale ebraico che commemora la liberazione degli ebrei dal giogo dell’impero persiano.

 

I cristiani, soprattutto a Gerusalemme, costituiscono un vero mosaico di Chiese con diverse denominazioni, non sempre uniformi e costanti. Non è facile in questa varietà di nomi en determinare con chiarezza la distinzione e lo specifico delle varie Chiese, costituito essenzialmente da due elementi: la dottrina cristiana e la costituzione ecclesiale.

Quanto alla dottrina, i problemi sono sempre di meno quelli riguardanti il mistero della Trinità, la persona di Cristo (Dio e uomo), le verità mariane, i sacramenti e l’escatologia: il dialogo ecumenico ha chiarito e sta chiarendo sempre più la terminologia delle verità di fede, che elimina incomprensioni e unilateralità. Piuttosto sono i problemi ecclesiologici e soprattutto la costituzione della Chiesa quale è stata voluta da Cristo, ad essere ancora oggetto di controversia.

Quanto alla costituzione ecclesiale, dato che l’episcopato per successione apostolica è mantenuto in tutte le Chiese orientali, ortodosse e cattoliche, l’elemento distintivo è costituito dalla relazione canonica o meno tra di loro, e dalla considerazione del ruolo del Vescovo di Roma in seno alla Chiesa universale.

Lungo i primi 4 secoli e mezzo, la Chiesa di Gerusalemme non conobbe alcuna separazione interna, né sul piano dottrinale né su quello disciplinare. I secoli seguenti, con tutti i loro avvenimenti di separazione, ebbero le loro conseguenze anche sulla Chiesa di Gerusalemme. Se Gerusalemme è stata nei primi secoli la “madre di tutte le Chiese”, lungo i secoli successivi è diventata l’immagine della divisione delle Chiese.

Le cause principali della molteplicità delle Chiese si possono individuare nelle controversie cristologiche del V secolo, nelle crociate, nella presenza dei francescani, nella nascita delle Chiese “uniate” (la Chiese orientali non separate da Roma) e nell’arrivo delle Chiese riformate. Anche l’assistenza ai pellegrini cristiani che in numero sempre maggiore hanno visitato e visitano la Terra Santa, ha costituito un motivo della presenza della pluralità di Chiese, ciascuna con i propri ospizi, i propri centri di assistenza e le proprie istituzioni religiose e sociali.

Il numero dei cristiani viene stimato in circa 170 000, il 2% dell’intera popolazione israeliana. Essi appartengono a tre grandi famiglie cristiane:

  • Le Chiese antico-orientali: si tratta della Chiesa armena,

della Chiesa siro-ortodossa, della Chiesa copto-ortodossa, della Chiesa etiopica. La loro comune caratteristica sta nel fatto che hanno respinto la definizione cristologica del Concilio di Calcedonia del 451, circa la duplice natura, umana e divina, nell’unica persona di Gesù. Per questo motivo, fino a non molti anni fa, erano definite Chiese monofisite: espressione non più accettata, perché in realtà queste Chiese accolgono la professione di fede nell’umanità e nella divinità di Cristo, ma non accettano la terminologia calcedonese, perché ritenuta da loro impropria e ambigua.

  • La Chiesa ortodossa: separati da Roma dal 1054, gli ortodossi

accettano i primi sette Concili ecumenici e appartengono al patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, alla Chiesa russo-ortodossa, alla Chiesa rumeno-ortodossa. Queste Chiese hanno in comune tutto un patrimonio liturgico, dottrinale, canonico e spirituale, legato all’eredità cristiana di Bisanzio: per questo sono dette anche Chiese bizantine. Queste Chiese si considerano la vera Chiesa di Cristo e considerano “separate” tutte le altre Chiese. Le differenze sostanziali con la Chiesa cattolica riguardano soprattutto l’ecclesiologia e precisamente il valore del papato romano quanto all’esercizio del primato e alla infallibilità. Altri punti di divergenza riguardano il mistero trinitario (la questione del Filioque), la natura del purgatorio, alcune questioni mariologiche (l’immacolata concezione e l’assunzione in quanto dogmi) e alcune tematiche sacramentali (la successione dei sacramenti dell’iniziazione, il sacerdozio uxorato, alcune pratiche eucaristiche).

  • La Chiesa cattolica: essa esiste nella pluralità delle varie

Chiese: oltre alla la Chiesa cattolica latina, esistono le Chiese uniate, che sono in piena comunione con la Chiesa di Roma, pur conservando le proprie tradizioni liturgiche e disciplinari. Esse sono: la Chiesa greco-cattolica melkita, la Chiesa maronita, la Chiesa armeno-cattolica, la Chiesa siro-cattolica e la Chiesa caldea. Fino al 1054 la Chiesa locale di Gerusalemme apparteneva al mondo della Chiesa bizantina ancora unita alla Chiesa di Roma. E’ solo dopo lo scisma del 1054 e con l’arrivo dei crociati che ha inizio la Chiesa latina, con la nomina di un patriarca latino, che, tra alterne vicende, perdura fino ad oggi. Insieme alla gerarchia cattolica, è stata la costante presenza dei francescani minori ad assicurare ai fedeli cattolici un’adeguata assistenza religiosa. Da non trascurare anche un piccolo gruppo di ebrei diventati cattolici, associati nella Comunità di San Giacomo, di lingua e cultura ebraica

  • Non mancano, infine, gruppi di anglicani, di luterani e di altre

confessioni evangeliche, presenti in Terra Santa a partire dalla metà del XIX secolo.

 

Con l’invasione araba del 638, la religione islamica entrò in Palestina, cambiando radicalmente il volto religioso della popolazione. Maometto, che nacque alla Mecca verso il 570 e morì a Medina nel 632, si ritenne l’ultimo e definitivo inviato di Dio per portare a compimento la rivelazione iniziata con la Bibbia ebraica e continuata con la predicazione di Gesù. La dottrina islamica (Islam= sottomissione), fondata da Maometto con la sua fuga o “egira” dalla Mecca nel 622, si basa su una rigida visione monoteistica di Dio, sul libro del Corano come unico testo ispirato (scritto in arabo e pregato e proclamato unicamente in arabo), su cinque impegni fondamentali, detti anche “le cinque colonne dell’islam”: la professione di fede (“Non c’è altro Dio al di fuori di Allah, e Maometto è l’inviato di Allah”; la preghiera quotidiana cinque volte al giorno e la preghiera pubblica al venerdì; l’elemosina ai poveri; il digiuno nel mese di Ramadan (esso impone dall’alba al tramonto l’astensione dal cibo, dalle bevande, dal tabacco e dai rapporti sessuali); il pellegrinaggio alla Mecca, almeno una volta nella vita.

I musulmani si differenziano in: Sciiti, per i quali conta il legame del sangue con Maometto, ritenendo dunque che il legittimo successore di Maometto sia Alì, considerato suo cugino e genero; i sunniti, invece, considerano come legittimi successori di Maometto i primi quattro califfi. In Terra Santa la stragrande maggioranza musulmana è sunnita.

 

 

La custodia della Terra Santa

 

L’inizio della presenza dei francescani in Terra Santa risale a San Francesco d’Assisi, che nel 1217 volle inviare nella Provincia d’Oltremare (così si chiamava allora) i primi frati, con a capo fra Elia da Cortona, per la custodia dei luoghi santi e l’annuncio del Vangelo in quelle terre. Francesco stesso visitò alcuni luoghi della Provincia di Terra Santa tra il 1219 e il 1220, incontrando anche il sultano d’Egitto a Damietta.

Un ruolo fondamentale fu esercitato nel 1333 dal re di Napoli, il quale concesse la somma richiesta dal Sultano di Egitto, attraverso la mediazione di frate Ruggero Garini, per assicurare ai francescani il diritto di vivere e svolgere le celebrazioni al Santo Sepolcro e di stabilirsi presso il Santo Cenacolo, come rappresentanti della Chiesa di Roma. I sovrani angioini ottennero anche di far erigere un convento sul monte Sion per dodici frati. Papa Clemente VI, con la bolla Gratias Agimus e Nuper Carissimae nel 1342, approvò l’operato dei Reali di Napoli, riconoscendo ai frati il diritto di rappresentare la Chiesa di Roma, sancendo la Costituzione giuridica della “Custodia di Terra Santa.

Nei secoli successivi i francescani acquistarono altri luoghi santi, come l’Orto degli Ulivi, Cafarnao, le rovine del santuario dell’Annunciazione e il santuario della Nutrizione a Nazareth, il Campo dei Pastori a Betlemme…Oggi è incessante e pregevole l’impegno e la conseguente attività svolta dalla Custodia di Terra Santa per conservare tutti i luoghi santi e per l’accoglienza dei pellegrini. Altrettanto importante è l’attività formativa e pastorale nelle parrocchie e nella scuole cristiane. Di grande rilievo in questi anni è la conservazione delle locali comunità cristiane, mediante la costruzione di alloggi a canone basso di affitto. Pregevole è l’attività culturale della Custodia, svolta dallo Studium Biblicum Franciscanum, che si occupa, oltre che di studi biblici e teologici, di archeologia del territorio. Ai frati docenti dello Studium si deve la scoperta di siti archeologici di somma importanza e la relativa pubblicazione di studi che consentono di riscrivere in maniera sempre più precisa la vita terrena di Gesù. Basti ricordare qui i nomi di padre Bellarmino Bagatti, padre Virgilio Corbo, padre Stanislao Loffreda, padre Michele Piccirillo, padre Eugenio Alliata e altri, che hanno arricchito con le loro scoperte, le loro ricerche e i loro studi la conoscenza del prezioso patrimonio archeologico della Terra Santa.

Il Responsabile della Custodia è appunto il Custode di Terra Santa. Data l’importanza del ruolo del Custode, egli non è eletto come tutti gli altri Ministri Provinciali dell’Ordine. Egli è nominato direttamente dalla Santa Sede dopo una consultazione con i frati della Custodia e la presentazione fatta dal Governo generale dell’Ordine.

In Terra Santa la figura del Custode è considerata come quella di una delle principali autorità religiose cristiane. Egli, insieme al Patriarca Greco Ortodosso e a quello Armeno, è responsabile dello “Status quo”, un insieme di consuetudini che regolano la vita in alcuni santuari, tra gli altri il Santo Sepolcro e la Natività di Betlemme.

 

 

Lo “status quo”

 

Chi si reca per la prima volta pellegrino in Terra Santa non può non rimanere sorpreso dalla pluralità delle confessioni cristiane presenti nei maggiori Luoghi Santi. E si domanderà a chi appartiene non solo la proprietà, ma anche la titolarità di gestione, soprattutto in campo liturgico, di tali significativi Luoghi. E dalla guida biblica, che accompagna ogni pellegrinaggio, si sentirà ripetere un’espressione alquanto strana: la presenza delle varie confessioni cristiane e le loro precise relazioni nei principali Luoghi Santi sono regolate dallo “status quo”, fin dal 1852. Si tratta di una locuzione che proviene dal latino “in statu quo ante”, che significa “nella situazione precedente”. Nel campo politico e sociale l’espressione “mantenimento dello status quo” indica, negativamente, una situazione di immobilismo, il più delle volte originata da convenienze di compromesso tra le parti interessate.

In Terra Santa, lo “status quo” a che cosa si riferisce? Specificatamente alla situazione in cui si trovano le varie comunità cristiane nei Santuari di Terra Santa: situazioni riguardanti tanto la proprietà quanto i diritti che esse hanno, sia prese singolarmente, sia in concomitanza con gli altri riti cristiani, e segnatamente nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, nella Basilica della Natività a Betlemme e alla Tomba della Madonna a Gerusalemme. Lo “status quo” regola, oltre alle proprietà specifiche nei vari Santuari, anche gli spazi, gli orari e i tempi delle celebrazioni religiose, gli spostamenti, i percorsi processionali e anche il modo di celebrare, ossia in canto o in semplice lettura. La giornata nei principali Santuari, dunque, è minuziosamente scandita da un regolamento centenario e ogni confessione cristiana, per mantenere i propri diritti celebrativi, deve scrupolosamente attenersi a tale regolamento, pena la perdita perpetua dei diritti acquisiti.

Per comprendere tale situazione, sono necessari alcuni cenni storici.

Dopo la cacciata dei Crociati, quando i Mamelucchi, guidati da Saladino, nel 1187 conquistarono Gerusalemme, considerarono tutte le chiese e le istituzioni religiose proprietà dello Stato, concedendo il diritto di officiare solo alle comunità cristiane orientali, dietro pagamento di un tributo. I cattolici latini e i greci ortodossi furono esclusi: i primi perché legati all’Occidente, i secondi in quanto sudditi di Bisanzio. I cattolici allora ricorsero al sostegno dei sovrani occidentali, che acquistarono la proprietà di alcuni luoghi santi. Un ruolo speciale e provvidenziale ebbero i Frati Francescani Minori. Presenti in Terra Santa fin dal tempo delle Crociate (Francesco d’Assisi si recò in Terra Santa nel 1219 durante la quinta Crociata), grazie al concorso politico e all’aiuto finanziario del re di Napoli Roberto d’Angiò, ottennero dal Sultano d’Egitto il diritto di vivere e di svolgere le celebrazioni al Santo Sepolcro e di stabilirsi presso il Cenacolo sul Monte Sion. Papa Clemente VI nel 1342 approvò l’operato dei Reali di Napoli e sancì giuridicamente la costituzione della “Custodia di Terra Santa”, riconoscendo ai francescani il diritto di rappresentare la Chiesa di Roma in Terra Santa.

Quando nel 1517 i Turchi ottomani cacciarono i Mamelucchi, nel nuovo Impero prevalse , naturalmente, il Patriarca greco di Costantinopoli. Da allora le comunità ortodosse di Grecia, avvalendosi di far parte dell’impero ottomano, affluirono in Terra Santa ed esercitarono una più efficace influenza sui Sultani, ottenendo un ridimensionamento della presenza francescana e ottenendo notevoli privilegi nei Santuari. E così, in base agli umori della politica turca e soprattutto alle somme di denaro che venivano elargite alla Sublime Porta (come era chiamata l’istanza suprema dell’Impero ottomano), i Santuari frequentemente cambiavano padrone. I Patriarchi di Costantinopoli moltiplicarono sempre più i tentativi per ottenere a proprio vantaggio una maggiore presenza ortodossa soprattutto nella Basilica del Santo Sepolcro e nella Basilica della Natività a Betlemme. I Patriarchi di Costantinopoli chiesero e ottennero via via diversi decreti dal Sultano, con i quali dichiaravano di entrare in possesso della Grotta della Natività e del Santo Sepolcro. Le pressioni delle potenze occidentali riuscirono ad ottenere dal Governo Ottomano la cancellazione di tali decreti e la conferma, per i francescani, della proprietà del Santo Sepolcro. Ma i conflitti fra cattolici e ortodossi circa la proprietà dei Luoghi Santi divennero sempre più aspri. Nel 1767, in seguito a violenti scontri e a vandalismi, la Sublime Porta emanò un “firmano” (così si denominavano i decreti emessi dal Sultano turco), che assegnava la Basilica della Natività a Betlemme, la Tomba di Maria e quasi l’intera Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme ai greci ortodossi. Nonostante i ripetuti appelli dei Papi alle potenze occidentali, il firmano venne più volte confermato e fissò in maniera quasi definitiva, salvo qualche dettaglio, la situazione dei Luoghi Santi.

Nel XIX secolo la questione dei Luoghi Santi divenne il centro di dispute politiche, in particolare tra la Francia e la Russia. La Francia ottenne il diritto esclusivo di proteggere i diritti dei cristiani cattolici, mentre la Russia ottenne la tutela dei diritti dei cristiani ortodossi. Nel 1808 un grande incendio nella Basilica del Santo Sepolcro distrusse quasi completamente l’edicola crociata del Sepolcro. I greci ottennero il permesso di ricostruire una nuova edicola, che è quella attualmente esistente.

Nel 1847 i greci rimossero la stella d’argento che si trovava sul luogo della Natività nella grotta di Betlemme, perché sulla stella c’era la scritta “Hic de Virgine Maria Iesus Christus natus est” (“Qui è nato Gesù Cristo dalla Vergine Maria”): una scritta che attestava la proprietà latina del luogo e che dunque era opportuno far sparire.

Nel 1852 l’ambasciatore francese fece un ulteriore tentativo presso la Sublime Porta per chiedere, a nome della Chiesa Cattolica, la restituzione dei diritti dei Francescani che esistevano prima del 1767 e la ricollocazione della stella al suo posto originale. Ma, su pressione dello zar Nicola, il Sultano respinse la richiesta e, sempre nel 1852, emanò un firmano per porre definitivamente fine ai continui dissidi tra la Chiesa ortodossa greca e la Chiesa cattolica romana, rappresentata dalla Custodia di Terra Santa. Il decreto, tuttora in vigore, ripristinò la situazione risalente al 1767, tenendo conto degli ulteriori diritti acquisiti anche da altre comunità cristiane, quali la Chiesa apostolica armena, la Chiesa ortodossa copta e la Chiesa ortodossa siriaca. Da allora, nonostante i ripetuti tentativi di rivedere le cose, la situazione è rimasta invariata: solo la stella è stata ricollocata al suo posto originale. Nemmeno dopo la caduta dell’Impero Ottomano e l’istituzione del mandato britannico, lo “status quo” è stato modificato. Nulla, pertanto, può essere mutato nei

Santuari in comproprietà senza l’assenso di tutti gli interessati: un assenso non facile da raggiungere.

Va segnalata anche una curiosità legata al Santo Sepolcro, la cui porta d’ingresso viene chiusa alla sera e riaperta al mattino non dai membri delle varie comunità cristiane, bensì da due famiglie musulmane, che hanno l’incarico – trasmesso da una lunga storia risalente a Saladino – rispettivamente di custodire la chiave della Basilica e di aprire e chiudere la porta d’ingresso, con un curioso e complesso cerimoniale, che vede all’interno della Basilica la collaborazione dei rappresentanti delle tre principali confessioni cristiane. Anche questo cerimoniale fa parte dello “status quo”.

Questa complessa storia ci fa capire il peso che gli avvenimenti del passato esercitano tuttora nei rapporti fra le principali chiese cristiane. Ancora in anni recenti si sono registrati veri e propri scontri fisici nella Basilica della Natività fra ortodossi e armeni e anche nella Basilica del Santo Sepolcro fra monaci copti e monaci etiopi. Per noi occidentali, educati allo spirito e al dialogo ecumenico, non è facile entrare in questa storia e tanto meno risulta agevole comporre un giudizio maturo su tali situazioni. Certo è che i Luoghi più significativi della storia cristiana – il luogo della Natività e il luogo della Passione-Morte-Risurrezione del Signore – rivelano, ancor più delle dispute dottrinali e teologiche, il dramma della disunione fra i cristiani.

E’ il “mistero di Gerusalemme”, città nella quale confluiscono non solo i conflitti politici delle grandi Potenze mondiali, ma anche le divisioni religiose, con le loro tradizioni così diverse e con le loro storie, così cariche di ricchezze e insieme così zeppe di miserie. Gerusalemme è il condensato della storia del mondo e della storia di Dio nel mondo: storia di grazia e di peccato, di luce e di tenebra, di amore e di odio. Gerusalemme rivela la dimensione realisticamente drammatica del rapporto fra Dio e l’uomo e del rapporto degli uomini e dei popoli tra loro.

Nello stesso tempo, la vicinanza anche geografica, unica al mondo, fra le tre grandi religioni monoteistiche, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam – che hanno i loro “luoghi santi” nello stesso fazzoletto di terra – e la coesistenza delle varie confessioni cristiane che, paradossalmente, proprio lo “status quo” costringe a vivere quotidianamente gomito a gomito, chiedono uno sguardo nuovo e un clima nuovo di relazioni reciproche. Chiedono quella “purificazione della memoria” che, senza cancellare la storia passata, e forse proprio grazie agli insegnamenti del passato, prepara e richiede un futuro diverso, che potrà impiantarsi nella storia solo grazie all’aiuto di Dio e alla sapienza coraggiosa degli uomini.

 

Il sabato ebraico è la festa del mondo

Massimo Giuliani (Avvenire, 17 gennaio 2019)

Benjamin Gross, da poco scomparso, fu l’ultimo dei grandi maestri ebrei di oggi Esce ora una sua analisi teologica sul tema che segna l’identità del popolo eletto: Shabbat

Nessuno può dire di conoscere l’ebraismo se non ha davvero compreso cosa sia il Sabato ebraico, e nessuno può dire di averlo capito se non ha vissuto, almeno una volta, lo spirito e le norme dello shabbat. È il segreto palese, se mi è concesso l’ossimoro, della vita ebraica più autentica, ma proprio perché è sotto gli occhi di tutti e perché non si possono leggere le Scritture senza imbattersi continuamente nella santificazione del Sabato (che è esplicitamente uno dei dieci comandamenti), questo precetto è anche tra i più trascurati, per non dire il più frainteso. Molta cultura cristiana pensa che la domenica sia il ‘sabato degli cristiani’. Ma se non si capisce cos’è lo shabbat ebraico, la metafora resta vuota non solo di prassi ma soprattutto di senso. E tradurlo con il termine ‘festa’ è estremamente riduttivo: non è una festa, ma la festa nel senso più pieno. Celebra infatti il compimento divino del più grande miracolo umanamente immaginabile: l’esistenza del mondo. Non solo, del mondo questo giorno settimo, che Dio ha comandato di santificare, rivela il senso e la vocazione nonché la trascendenza. Nel ricordo del riposo divino – shabbat vuol dire cessazione e riposo – sono inscritte la finalità e la speranza del creato, inteso come unità di natura e storia. Non è esagerato affermare che, se esiste, la metafisica dell’ebraismo sta tutta nei valori e nella prassi che costituiscono lo shabbat. Non a caso i rabbini abbiano sempre insegnato: «Non è Israele che custodisce il Sabato ma il Sabato che custodisce e preserva e fa sopravvivere Israele», né è un caso che nelle lingue derivate dal latino questo giorno settimanale abbia fino ad oggi mantenuto il suo nome ebraico.

Il filosofo francese-israeliano Benjamin Gross, da poco scomparso, è l’ultimo dei grandi maestri ebrei contemporanei, sulla scia di Franz Rosenzweig, Joseph Soloveitchik e Avraham Joshua Heschel, ad aver scritto sul valore cosmico e religioso del Sabato nella tradizione ebraica. Nel volume Momento di eternità (appena pubblicato dalle Edb nella collana ‘cristiani ed ebrei’), Gross sostiene che esiste un preciso parallelo tra Israele e il Sabato: «La nascita della società ebraica, all’epoca dell’esodo dall’Egitto, rappresenta sul piano della storia ciò che lo shabbat rappresenta sul piano della natura: una traccia della trascendenza inserita nell’universo per testimoniare l’Origine ossia il Creatore. Lo shabbat e Israele sono consustanziali ». In questo giorno si fa memoria congiunta di due eventi distinti ma paralleli, uno naturale e universale e uno storico e particolare, inscindibili nell’economia del racconto biblico: la creazione del mondo e l’uscita di Israele dall’Egitto. Due memorie che convergono nell’unico giorno che Dio ha voluto ‘santo’, che cioè ha separato dagli altri elevandolo a memoriale vivente. Il precetto di santificare questo giorno sta nella lista dei doveri verso Dio, che simbolicamente si trova nella prima delle due tavole dei comandamenti. Ma ciò non significa che esso non racchiuda alcuni doveri verso il prossimo o non veicoli un messaggio sociale e politico. Anzi, di tutti i comandamenti è proprio quello che contiene la rivoluzione politica più radicale che sia mai stata annunciata: nel giorno del Sabato, infatti, l’obbligo del riposo e della celebrazione investe alla pari uomini e donne, genitori e figli, padroni e servi, esseri umani e animali domestici. Di fatto, sottolinea Gross, lo shabbat prospetta ciò che in linguaggio moderno chiameremmo ‘l’abolizione della divisione delle classi, l’insubordinazione verso le leggi dell’economia e il superamento dell’alienazione causata dalla necessità del lavoro quotidiano’. Un’utopia marxiana ante litteram (non dimentichiamo le radici ebraiche del pur ateo Marx) ma che meglio si comprende alla luce della categoria dello shalom messianico. Come potrebbe lo spirito del Sabato ebraico non includere questa prospet- tiva escatologica di giustizia, integrità e armonia per tutti gli esseri viventi, animali inclusi? Lo shabbat è, per i maestri di Israele, un sessantesimo del mondo futuro, del paradiso, della redenzione finale; è un anticipo e funge una promessa di ciò che può già essere gustato quaggiù e che diventa modello e ispirazione per i riscatti e le piccole redenzioni di cui necessitano i sei giorni di quoti- diano lavoro, che dallo shabbat ricevono luce e orientamento. Per esplicitare questo senso etico universale, contenuto nella prassi sabbatica, il teologo chassidico Heschel aveva scritto il suo libro più famoso Il sabato e il suo significato per l’uomo moderno, un classico della spiritualità occidentale. L’ebraismo privilegia la santificazione del tempo alla monumentalizazzione dello spazio: non ha lasciato piramidi o cattedrali ma ha consegnato all’umanità un’architettura temporale ossia il suo calendario liturgico e la sacralità del riposo settimanale e dalla speranza messianica. All’uomo contemporaneo, stressato dalla conquista dello spazio e della visibilità, Heschel contrappone la conquista del tempo, che è interiorità e persino nascondimento, perché i valori e i significati profondi dell’esistenza non sono merce da trattativa mercatile. Non si comprano né si vendono, possono solo essere coltivati, curati e condivisi. Lo

shabbat, nell’idea di astenersi dal lavoro e nel porsi un limite, ammonisce l’homo faber a coltivarsi anche e soprattutto come creatura, in una passività che preserva e dà senso alla stessa attività lavorativa. Emmanuel Levinas ha fatto di questa passività, cifra positiva del riposo sabbatico, una parola chiave della sua riflessione etica, eredità dei profeti che i rabbini hanno sviluppato in dettaglio nello studio del Talmud. Solo un approccio superficiale può liquidare quei dettagli come formalismo o mera esteriorità; al contrario, ogni singola norma per la santificazione del Sabato è spia e rivelazione di una dedizione piena a compiere il progetto divino sul mondo. E nella visione profetico-rabbinica, il valore e la prassi dello shabbat sono un messaggio per tutti, non solo per gli ebrei. Isaia al capitolo 56 ricorda che eunuchi e stranieri, nella misura in cui ‘si guarderanno dal profanare il Sabato’, verranno condotti sul santo monte di Sion, casa della preghiera e luogo dove anch’essi offriranno sacrifici. In Geremia l’osservanza assoluta dell’astensione dal lavoro nel giorno santo non è meno forte e anticipa le prescrizioni del trattato talmudico che porta appunto il nome di Shabbat. Un precetto universale, dunque, che sintetizza quell’imitatio Dei in cui consiste la religiosità ebraica. «Lo shabbat è stato osservato da Dio prima che dall’uomo, scriveva nel XIX secolo il rabbino livornese Elia Benamozegh, ed è proprio perché Dio lo ha osservato che è stato comandato all’uomo di osservarlo a sua volta». È utile, poi, sapere che l’insegnamento di Gesù sul «sabato che è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» era un’idea diffusa in tutto il giudaismo farisaico dei primi secoli. La si ritrova, con spiegazione annessa, nel Talmud, trattato Yomà, che è dedicato al ‘sabato dei sabati’ ossia al giorno di Kippur: «A voi uomini è stato dato lo shabbat: ciò comporta che ci sono situazioni in cui si deve osservare lo shabbat e situazioni in cui si può profanarlo non osservandolo se ciò è richiesto dalla salvaguardia della vita». Quanti fraintendimenti e quanto pregiudizio antiebraico è stato costruito su quest’affermazione evangelica, che comparando le fonti trova invece Gesù e i farisei in piena sintonia di vedute.

La cifra del Sabato ebraico è il doppio. I maestri di Israele si spingono a ritenere che «all’ingresso del sabato, ogni uomo riceve un’anima supplementare». Ma cos’è questo raddoppio dell’anima umana se non il dono di un’intelligenza nuova, quasi un surplus di coscienza e di consapevolezza circa quel che davvero siamo e soprattutto perché siamo al mondo? Un doppio che viene ritualmente ricordato nell’accensione di due lumi, nella benedizione su due pani (ciascuno doppiamente intrecciato) e nei due verbi, zakor e shamor, ricorda e osserva, che ne comandano la santificazione. L’attesa messianica, nell’ebraismo, è frutto della fede che ‘quel giorno’, il giorno storico della redenzione ultima, sarà ‘tutto shabbat’, perché sarà il giorno in cui tutti i popoli saliranno con Israele a Sion. E come la Torà è stata data sul monte Sinai nel giorno di shabbat, ricorda Benjamin Gross, così sarà in uno shabbat senza fine dove l’umanità intera abbraccerà «il giogo del regno dei cieli». Se non è metafisica questa.