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2017.11 Uomo-Donna

UOMO - DONNA

alleanza che rinnova la storia

Papa Francesco

“L’ipotesi di neutralizzare la differenza sessuale dell’uomo e della donna, non è giusta”: è uno dei passaggi-chiave del discorso che Papa Francesco ha tenuto ai partecipanti all’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita lo scorso 5 ottobre. Il Papa aveva già detto all’udienza generale del 15 aprile 2015: “ io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione”. In questo discorso denso e programmatico, il Papa lancia almeno quattro temi, che sono anche quattro denunce. 

Nel primo punto Francesco. si è soffermato sul “rapido diffondersi di una cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo”, che si caratterizza per una vera e propria “egolatria” o “culto dell’io”, “sul cui altare si sacrifica ogni cosa, compresi gli affetti più cari”.

Evocando il racconto della Genesi, Papa Francesco ha sottolineato nel secondo punto del suo discorso che “ognuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio per sé stessa, non solamente un assemblaggio di cellule ben organizzate e selezionate nel corso dell’evoluzione della vita”. “Il racconto biblico della Creazione va riletto sempre di nuovo, per apprezzare tutta l’ampiezza e la profondità del gesto dell’amore di Dio che affida all’alleanza dell’uomo e della donna il creato e la storia”, una alleanza chiamata a prendere in mano la regia dell’intera società.

Nel terzo punto il Pontefice ha invitato a seguire “una vera e propria rivoluzione culturale” e a “riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze”, tra cui “le forme di subordinazione che hanno tristemente segnato la storia delle donne”, e si è soffermato sui tentativi di “cancellare” la “differenza sessuale” tra uomo e donna, “proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane”. “Ma l’utopia del ‘neutro’ rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita”. “L’alleanza generativa dell’uomo e della donna è un presidio per l’umanesimo planetario degli uomini e delle donne, non un handicap”, così ha riassunto il Papa.

Nel quarto ed ultimo punto papa Francesco ha chiesto “la passione per l’accompagnamento e la cura della vita” e “la riabilitazione di un ‘ethos’ della compassione o della tenerezza”. Si tratta, così ha detto, di “ritrovare sensibilità per le diverse età della vita, in particolare per quelle dei bambini e degli anziani”.

In questo discorso ricorrono alcune tematiche abbondantemente sviluppate in Amoris Laetitia e qui riaffermate con particolare vigore e con apprezzabile chiarezza. Affidiamo questo discorso alla lettura e alla meditazione di quanti hanno a cuore il futuro dell’umanità e la cura di un vero umanesimo, che custodisca e sviluppi quanto il Creatore ha sapientemente posto nell’opera della sua creazione.

 

Pubblichiamo anche un articolo di Luciano Moia, apparso su Avvenire del 10 ottobre, su un aspetto particolare del discorso di Francesco, riguardante la teoria del gender.

Don Alberto Franzini

canonico parroco

 

 

Cremona, 18 ottobre 2017

Festa liturgica di San Luca evangelista

Il discorso di Papa Francesco

Eccellenza,
Illustri Signori e Signore
,

sono lieto di incontrarvi in occasione della vostra annuale Assemblea Plenaria e ringrazio Monsignor Paglia per il suo saluto e la sua introduzione. Vi sono grato per il contributo che offrite e che, col passare del tempo, rivela sempre meglio il suo valore sia nell’approfondimento delle conoscenze scientifiche, antropologiche ed etiche, sia nel servizio alla vita, in particolare nella cura della vita umana e del creato, nostra casa comune.

Il tema di questa vostra sessione: “Accompagnare la vita. Nuove responsabilità nell’era tecnologica”, è impegnativo e al tempo stesso necessario. Esso affronta l’intreccio di opportunità e criticità che interpella l’umanesimo planetario, in riferimento ai recenti sviluppi tecnologici delle scienze della vita. La potenza delle biotecnologie, che già ora consente manipolazioni della vita fino a ieri impensabili, pone questioni formidabili.

È urgente, perciò, intensificare lo studio e il confronto sugli effetti di tale evoluzione della società in senso tecnologico per articolare una sintesi antropologica che sia all’altezza di questa sfida epocale. L’area della vostra qualificata consulenza non può quindi essere limitata alla soluzione delle questioni poste da specifiche situazioni di conflitto etico, sociale o giuridico. L’ispirazione di condotte coerenti con la dignità della persona umana riguarda la teoria e la pratica della scienza e della tecnica nella loro impostazione complessiva in rapporto alla vita, al suo senso e al suo valore. E proprio in questa prospettiva desidero offrirvi oggi la mia riflessione.

1.

La creatura umana sembra oggi trovarsi in uno speciale passaggio della propria storia che incrocia, in un contesto inedito, le antiche e sempre nuove domande sul senso della vita umana, sulla sua origine e sul suo destino.

Il tratto emblematico di questo passaggio può essere riconosciuto sinteticamente nel rapido diffondersi di una cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo — in quanto specie e in quanto individuo — rispetto alla realtà. C’è chi parla persino di egolatria, ossia di un vero e proprio culto dell’io, sul cui altare si sacrifica ogni cosa, compresi gli affetti più cari. Questa prospettiva non è innocua: essa plasma un soggetto che si guarda continuamente allo specchio, sino a diventare incapace di rivolgere gli occhi verso gli altri e il mondo. La diffusione di questo atteggiamento ha conseguenze gravissime per tutti gli affetti e i legami della vita (cfr Enc. Laudato si’, 48).

Non si tratta, naturalmente, di negare o di ridurre la legittimità dell’aspirazione individuale alla qualità della vita e l’importanza delle risorse economiche e dei mezzi tecnici che possono favorirla. Tuttavia, non può essere passato sotto silenzio lo spregiudicato materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto.

Purtroppo, uomini, donne e bambini di ogni parte del mondo sperimentano con amarezza e dolore le illusorie promesse di questo materialismo tecnocratico. Anche perché, in contraddizione con la propaganda di un benessere che si diffonderebbe automaticamente con l’ampliarsi del mercato, si allargano invece i territori della povertà e del conflitto, dello scarto e dell’abbandono, del risentimento e della disperazione. Un autentico progresso scientifico e tecnologico dovrebbe invece ispirare politiche più umane.

La fede cristiana ci spinge a riprendere l’iniziativa, respingendo ogni concessione alla nostalgia e al lamento. La Chiesa, del resto, ha una vasta tradizione di menti generose e illuminate, che hanno aperto strade per la scienza e la coscienza nella loro epoca. Il mondo ha bisogno di credenti che, con serietà e letizia, siano creativi e propositivi, umili e coraggiosi, risolutamente determinati a ricomporre la frattura tra le generazioni. Questa frattura interrompe la trasmissione della vita. Della giovinezza si esaltano gli entusiasmanti potenziali: ma chi li guida al compimento dell’età adulta? La condizione adulta è una vita capace di responsabilità e amore, sia verso la generazione futura, sia verso quella passata. La vita dei padri e delle madri in età avanzata si aspetta di essere onorata per quello che ha generosamente dato, non di essere scartata per quello che non ha più.

2.

La fonte di ispirazione per questa ripresa di iniziativa, ancora una volta, è la Parola di Dio, che illumina l’origine della vita e il suo destino.

Una teologia della Creazione e della Redenzione che sappia tradursi nelle parole e nei gesti dell’amore per ogni vita e per tutta la vita, appare oggi più che mai necessaria per accompagnare il cammino della Chiesa nel mondo che ora abitiamo. L’Enciclica Laudato si’ è come un manifesto di questa ripresa dello sguardo di Dio e dell’uomo sul mondo, a partire dal grande racconto di rivelazione che ci viene offerto nei primi capitoli del Libro della Genesi. Esso dice che ognuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio per sé stessa, non solamente un assemblaggio di cellule ben organizzate e selezionate nel corso dell’evoluzione della vita. L’intera creazione è come inscritta nello speciale amore di Dio per la creatura umana, che si estende a tutte le generazioni delle madri, dei padri e dei loro figli.

La benedizione divina dell’origine e la promessa di un destino eterno, che sono il fondamento della dignità di ogni vita, sono di tutti e per tutti. Gli uomini, le donne, i bambini della terra – di questo sono fatti i popoli – sono la vita del mondo che Dio ama e vuole portare in salvo, senza escludere nessuno.

Il racconto biblico della Creazione va riletto sempre di nuovo, per apprezzare tutta l’ampiezza e la profondità del gesto dell’amore di Dio che affida all’alleanza dell’uomo e della donna il creato e la storia.

Questa alleanza è certamente sigillata dall’unione d’amore, personale e feconda, che segna la strada della trasmissione della vita attraverso il matrimonio e la famiglia. Essa, però, va ben oltre questo sigillo. L’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere nelle sue mani la regia dell’intera società. Questo è un invito alla responsabilità per il mondo, nella cultura e nella politica, nel lavoro e nell’economia; e anche nella Chiesa. Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli. L’uomo e la donna non sono chiamati soltanto a parlarsi d’amore, ma a parlarsi, con amore, di ciò che devono fare perché la convivenza umana si realizzi nella luce dell’amore di Dio per ogni creatura. Parlarsi e allearsi, perché nessuno dei due – né l’uomo da solo, né la donna da sola – è in grado di assumersi questa responsabilità. Insieme sono stati creati, nella loro differenza benedetta; insieme hanno peccato, per la loro presunzione di sostituirsi a Dio; insieme, con la grazia di Cristo, ritornano al cospetto di Dio, per onorare la cura del mondo e della storia che Egli ha loro affidato.

3.

Insomma, è una vera e propria rivoluzione culturale quella che sta all’orizzonte della storia di questo tempo. E la Chiesa, per prima, deve fare la sua parte.

In tale prospettiva, si tratta anzitutto di riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze. Le forme di subordinazione che hanno tristemente segnato la storia delle donne vanno definitivamente abbandonate. Un nuovo inizio dev’essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza. L’ipotesi recentemente avanzata di riaprire la strada per la dignità della persona neutralizzando radicalmente la differenza sessuale e, quindi, l’intesa dell’uomo e della donna, non è giusta. Invece di contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale, che mortificano la sua irriducibile valenza per la dignità umana, si vuole cancellare di fatto tale differenza, proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane. Ma l’utopia del “neutro” rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita. La manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà – mentre non lo è! –, rischia così di smantellare la fonte di energia che alimenta l’alleanza dell’uomo e della donna e la rende creativa e feconda.

Il misterioso legame della creazione del mondo con la generazione del Figlio, che si rivela nel farsi uomo del Figlio nel grembo di Maria – Madre di Gesù, Madre di Dio – per amore nostro, non finirà mai di lasciarci stupefatti e commossi. Questa rivelazione illumina definitivamente il mistero dell’essere e il senso della vita. L’immagine della generazione irradia, a partire da qui, una sapienza profonda riguardo alla vita. In quanto è ricevuta come un dono, la vita si esalta nel dono: generarla ci rigenera, spenderla ci arricchisce.

Occorre raccogliere la sfida posta dalla intimidazione esercitata nei confronti della generazione della vita umana, quasi fosse una mortificazione della donna e una minaccia per il benessere collettivo.

L’alleanza generativa dell’uomo e della donna è un presidio per l’umanesimo planetario degli uomini e delle donne, non un handicap. La nostra storia non sarà rinnovata se rifiutiamo questa verità.

4.

La passione per l’accompagnamento e la cura della vita, lungo l’intero arco della sua storia individuale e sociale, chiede la riabilitazione di un ethos della compassione o della tenerezza per la generazione e rigenerazione dell’umano nella sua differenza.

Si tratta, anzitutto, di ritrovare sensibilità per le diverse età della vita, in particolare per quelle dei bambini e degli anziani. Tutto ciò che in esse è delicato e fragile, vulnerabile e corruttibile, non è una faccenda che debba riguardare esclusivamente la medicina e il benessere. Ci sono in gioco parti dell’anima e della sensibilità umana che chiedono di essere ascoltate e riconosciute, custodite e apprezzate, dai singoli come dalla comunità. Una società nella quale tutto questo può essere soltanto comprato e venduto, burocraticamente regolato e tecnicamente predisposto, è una società che ha già perso il senso della vita. Non lo trasmetterà ai figli piccoli, non lo riconoscerà nei genitori anziani. Ecco perché, quasi senza rendercene conto, ormai edifichiamo città sempre più ostili ai bambini e comunità sempre più inospitali per gli anziani, con muri senza né porte né finestre: dovrebbero proteggere, in realtà soffocano.

La testimonianza della fede nella misericordia di Dio, che affina e compie ogni giustizia, è condizione essenziale per la circolazione della vera compassione fra le diverse generazioni. Senza di essa, la cultura della città secolare non ha alcuna possibilità di resistere all’anestesia e all’avvilimento dell’umanesimo.

E’ in questo nuovo orizzonte che vedo collocata la missione della rinnovata Pontificia Accademia per la Vita. Comprendo che è difficile, ma è anche entusiasmante. Sono certo che non mancano uomini e donne di buona volontà, come anche studiose e studiosi, di diverso orientamento quanto alla religione e con diverse visioni antropologiche ed etiche del mondo, che condividono la necessità di riportare una più autentica sapienza della vita all’attenzione dei popoli, in vista del bene comune. Un dialogo aperto e fecondo può e deve essere instaurato con i molti che hanno a cuore la ricerca di ragioni valide per la vita dell’uomo.

Il Papa, e la Chiesa tutta, vi sono grati per l’impegno che vi accingete ad onorare. L’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati, e per pastori non mercenari. Dio benedica il vostro proposito di sostenerli con la scienza e la coscienza di cui siete capaci. Grazie, e non dimenticatevi di pregare per me.

Pubblichiamo anche un articolo di Luciano Moia, apparso su Avvenire del 10 ottobre, su un aspetto particolare del discorso di Francesco, riguardante la teoria del gender.

INTELLIGENZA D’AMORE

Il gender nella prospettiva pastorale di Francesco

Il Papa che dice parole forti e chiare sulla verità e sullo splendore della differenza sessuale e afferma senza mezzi termini che «non è giusta» l’ipotesi di neutralizzarla radicalmente «in nome della dignità della persona», è lo stesso che ha più volte spiegato come nei confronti delle vittime, più o meno consapevoli, di quella «ipotesi» vada usato uno sguardo di misericordia perché ogni persona, come si legge in Amoris laetitia (n.250) «indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto»? Sì, è proprio lo stesso.

E i due atteggiamenti, solo apparentemente contraddittori, si intrecciano invece coerentemente nella stessa dimensione umana e profetica. Chi quindi ha salutato la presunta ‘svolta’ normativa del Papa con toni trionfalistici, concludendo che ora, nella battaglia ‘contro il gender’ si possa portare l’affondo finale, si rassegni. Non c’è proprio alcuna svolta. Accogliere, accompagnare, discernere e integrare tutti coloro che, «in mezzo alla complessità concreta dei limiti» (Al 303), chiedono l’abbraccio della Chiesa, continua a rappresentare la prospettiva pastorale di Francesco. La verità e lo splendore della differenza sessuale ribadita nel discorso rivolto giovedì all’assemblea plenaria della Pontificia accademia per la vita, è del tutto coerente rispetto al primato della misericordia di cui è intessuta tutta l’esortazione postsinodale sulla famiglia e tanti altri interventi del suo pontificato.

Perché non c’è contrapposizione? Perché al centro rimane quella che Francesco ha chiamato «alleanza generativa dell’uomo e della donna», quel patto che costruisce e rinnova la storia, che rappresenta le radici e il futuro di tutti. Negare questa evidenza non vuol dire soltanto ignorare che la cifra nuziale accompagna e dà senso a tutta la narrazione biblica, ma rappresenta, anche sul piano antropologico, una «intimidazione esercitata nei confronti della generazione della vita umana». Un’ipoteca nichilista da cui non solo bisogna guardarsi, ma che va condannata con fermezza.

Quanto è grave quella che il Papa – senza mai accennare esplicitamente alle cosiddette ‘teorie del gender – ha chiamato «ipotesi recentemente avanzata»? A Francesco non sfugge che in quel complesso arcipelago definito appunto ‘teorie del gender’ ci sono, insieme a congetture farneticanti e pericolose – alla Judith Butler per intenderci – anche istanze rispettabili, come quelle che si propongono di superare i modelli negativi che per decenni hanno ingessato, e quindi impoverito, i ruoli del maschile e del femminile. Il Papa lo dice senza timore, chiedendo di «riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze» anche da parte della Chiesa, come le «forme di subordinazione che hanno segnato tristemente la storia delle donne».

Nei gender studies si ritrovano anche questi auspici. Altrettanta fermezza però per sottolineare che l’«utopia del neutro» – che è un po’ l’idea forte del pensiero debole – nega la dignità della costituzione sessualmente differente e quindi rappresenta un ostacolo in quel processo di rinnovamento dell’identità e della differenza, fondamento della civiltà umana o, come ha detto il Papa, dell’«umanesimo planetario».

Quell’utopia però, nell’ultimo ventennio, si è dilatata, è entrata nel modo di pensare, ha contribuito a diffondere modelli familiari alternativi (monogamia seriale, contratti a tempo, relazioni allargate, coppie dello stesso sesso), ha addirittura ispirato legislazioni, regolamenti comunali, programmi scolastici. Con le conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti e che il nostro giornale ha puntualmente sottolineato. Nulla come quello che definiamo gender, consapevoli dell’approssimazione lessicale, intercetta bene il senso di provvisorietà, l’insicurezza, la paura, la precarietà diffusa che impregna la nostra epoca.

La cultura dell’effimero ha invaso il dato di natura – il maschile e il femminile – e ha preteso di stravolgerne il quadro concettuale in nome di una libertà senza confini. Una rivoluzione triste che ha prodotto sofferenza e diffuso vulnerabilità in chi si è illuso di aver toccato nuove vette di felicità solo immaginando di superare il binarismo uomo-donna. Certo, i percorsi di costruzione dell’identità sessuale presentano una complessità tale da rendere impossibile definirli con qualche pretesa di esaustività in queste poche righe. E la scienza non ci ha ancora spiegato in modo definitivo e concorde quanto la persona omosessuale o trasgender sia condizionata nel suo specifico orientamento da dati di natura o di cultura.

Ma l’accoglienza e l’accompagnamento – se richiesto – di tutte queste situazioni con l’abbraccio della misericordia e lo sguardo del rispetto, non impedisce al Papa di sottolineare il rischio di «tecniche e pratiche» finalizzate a rendere irrilevante la bellezza della differenza. Non si tratta di un giudizio morale sugli stili di vita delle persone, proprio perché non sappiamo quanta consapevolezza e quali margini di autonomia ci siano o ci siano stati in quelle scelte. Ma di una valutazione di ampio respiro culturale, destinata a ricordare che l’accompagnamento della vita, compresi limiti e fragilità, «è lavoro di discernimento e di intelligenza d’amore».

Luciano Moia

 

(Da Avvenire del 10 ottobre 2017)