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2015.6 San Vincenzo Grossi

SAN VINCENZO GROSSI

Una santità possibile

A cura di don Gabriele Bonoldi

Dobbiamo a don Gabriele Bonoldi, attuale parroco di Vicobellignano dal 2011, la composizione di queste note, offerte e lette anche davanti ai canonici del Perinsigne Capitolo della Cattedrale di Cremona durante il loro pellegrinaggio a Vicobellignano il 22 ottobre scorso (presente anche il parroco emerito don Franco Vecchini), per onorare la memoria di San Vincenzo Grossi. Siamo riconoscenti a don Gabriele per queste note, semplici ma che hanno il pregio di consegnarci un ritratto spirituale e pastorale di Don Vincenzo, capace di commuoverci e soprattutto di suscitarne l’imitazione in questo nostro tempo, così scarno di modelli e così brutale nel mettere il dito solo su esempi certo non edificanti di alcuni membri del clero.

     L’evento della canonizzazione di don Vincenzo Grossi ci ha colti un po’ tutti di sorpresa. Forse non ci siamo resi conto del dono che lo Spirito di Dio ha suscitato nella nostra Chiesa diocesana. La testimonianza di un parroco, che ha raggiunto l’apice della vita cristiana proprio esercitando e vivendo quotidianamente il ministero pastorale, è uno stimolo per tutti i preti a considerare la “carità pastorale” – come suona il linguaggio dell’ultimo Concilio – o la “salus animarum” (la salvezza delle anime) –come si usava dire nel linguaggio tradizionale – come la strada normale per una vita santa, e dunque vissuta alla sequela di Cristo. Anche per le nostre comunità cristiane la testimonianza di San Vincenzo Grossi è un forte richiamo a vivere intensamente le dimensioni della parrocchia: la formazione spirituale, la catechesi, i sacramenti, l’impegno educativo verso le giovani generazioni, la carità verso gli ultimi.

     Don Vincenzo è per tutta la Chiesa l’esempio di un pastore che ha fatto “carriera” vivendo con e per la sua gente, “pastore con l’odore delle pecore”, come ebbe a dire papa Francesco, senza alcuna ambizione che di annunciare e di testimoniare il Vangelo del Signore come la “cosa più bella” della vita.

     Chiediamo al Signore l’intercessione di don Vincenzo Grossi per il nostro Vescovo Dante, per tutti i sacerdoti e le parrocchie della nostra Diocesi, perché l’onore e l’esempio che abbiamo ricevuto da un figlio della nostra terra impreziosisca e dia speranza al nostro ministero e ci faccia padri e fratelli nel viaggio della vita con e nelle comunità che il Signore ci ha affidato.

                                                          

Don Alberto Franzini

canonico parroco

 

Cremona, 25 ottobre 2015

Domenica 30.ma del Tempo Ordinario

 

 

 

 

Don Amilcare Bombeccari, uno dei successori di don Vincenzo Grossi alla guida della parrocchia di Vicobellignano (1933 – 1946), nella deposizione ai processi diocesani espresse la propria personale titubanza circa l’avvio della causa per la beatificazione del suo predecessore, “perché- diceva – nel concetto popolare si pensa che i santi che sono sugli altari abbiano fatto qualche cosa di più esplicitamente straordinario.”

Oggi invece pensiamo che sarà proprio nello svolgimento di una vita sacerdotale tutta spesa a favore di parrocchie rurali, di gente povera, dei protestanti metodisti di Vicobellignano, delle donne e delle spose chiamate ad una vita rigorosa di fede, di preghiera e di esempio, delle associazioni cattoliche, dei giovani e degli adolescenti, insieme ai fanciulli da catechizzare, ciò che costruirà una grandezza, fatta di cose semplici e piccole.

Possiamo riconoscere in S. Vincenzo una santità possibile a tutti perché non ha compiuto atti particolarmente straordinari, ma la fedeltà nel quotidiano e la forza, questa sì straordinaria, con cui ha corrisposto alla sua vocazione lo rende esemplare per tutti i cristiani: sacerdoti e semplici laici.

 

***

La vicenda umana e spirituale di Vincenzo Grossi ebbe inizio a Pizzighettone il 9 marzo 1845. Vincenzo fu il nono dei dieci figli di Baldassarre e di Maddalena Cappellini. Di discrete condizioni economiche, la famiglia possedeva un mulino alla cui attività collaboravano i figli maschi.

Dopo la Prima Comunione, che ricevette a undici anni, manifestò il desiderio di entrare in seminario dove già si trovava il fratello maggiore Giuseppe. Non gli fu concesso tale permesso per ragioni familiari: pur di agiate condizioni, non potevano i genitori sostenere le spese del seminario per due figli contemporaneamente. Vincenzo si organizzò e, con il consenso del padre e con l’aiuto di un sacerdote del paese, si dedicò, insieme al lavoro nel mulino, allo studio con la ferma speranza di entrare in Seminario.

A 19 anni, il 4 novembre del 1864, entrò nel seminario di Cremona. Don Vincenzo fu ordinato sacerdote il 22 marzo del 1869, dal Vescovo di Brescia, Mons. Gerolamo Verzieri, essendo vacante la sede di Cremona dopo la morte del Vescovo mons. Novasconi (1867). Iniziò subito il ministero sacerdotale come coadiutore ed economo in piccole parrocchie di campagna limitrofe al suo paese di origine, Ca’ de’ Soresini, Sesto Cremonese. Quando giunse in Diocesi come vescovo mons. Geremia Bonomelli (1871), don Vincenzo venne nominato parroco a Regona (1873). La nomina a parroco prima dei 30 anni era insolita, ma il Vescovo nei pochi elementi che aveva potuto raccogliere, dal suo ingresso in Diocesi, riguardo il Grossi poté fondare una referenza di alta stima per un compito di fiducia.

Nel 1883 fu pronto a una nuova obbedienza, il Vescovo lo mandava Parroco a Vicobellignano

PARROCO A VICOBELLIGNANO

La scelta di don Vincenzo come parroco a Vicobellignano ebbe il suo entroterra nelle considerazioni che il Vescovo, Mons. Geremia Bonomelli, maturò gradualmente dopo la visita pastorale compiuta in questa parrocchia rivierasca, ai confini della sua estesa diocesi, il 13 dicembre 1874.

Le conclusioni le troviamo riassunte in poche righe nelle sue Note della Visita Pastorale. Per Vicobellignano, in cui “fecero un gran male i protestanti” e il cui parroco era “buono, ma freddo, fiacco e imbarazzato”, il rimedio doveva essere “un parroco di zelo e bravo”.

Dietro a queste poche ed essenziali parole si profilava un parroco le cui virtù umane e pastorali aveva già avuto l’opportunità di conoscere ed apprezzare nella visita pastorale compiuta nel 1876 a Regona di Pizzighettone dove incontrò don Grossi.

In margine a quest’ultima visita il Vescovo scrive nelle sue Note: “… Parroco il Grossi don Vincenzo – giovane istruito, zelante, di massime eccellenti. Ripara ai mali del suo disgraziato antecessore. Laus Deo! » .

Il “rimedio”per Vicobellignano non fu immediato: passarono otto anni prima che il Vescovo decidesse il cambio del Parroco che avvenne nel 1883. Don Vincenzo lasciò “ con sacrificio grande” la Parrocchia di Regona per iniziare il suo mandato a Vicobellignano.

Delle motivazioni per cui fu inviato in questa parrocchia, don Vincenzo venne messo al corrente direttamente dal Vescovo nella lettera d’invito a presentare il suo nome e la relativa documentazione per la candidatura a parroco colà. Di questa si riporta il testo per intero perché è davvero una grande testimonianza sul Grossi Parroco.

« Caro Grossi, più considero il bisogno estremo di Vicobellignano e la lista dei concorrenti e più mi convinco che il Signore vi chiama colà a rimediare tanti mali, ond’è afflitta quella parrocchia. Per voi sarà un sacrificio grande, ma Dio certamente sarà con voi e voi farete gran bene, non ne dubito. Preparatevi alla meglio: oggi ho messo il vostro nome tra i concorrenti e se a vostro conforto volete la parola comando, eccovela: comando. Quella parrocchia ed in generale quelle parti, domandano preti e parroci pieni di zelo, disinteressati, esemplari, di grande carità, di somma prudenza ed istruiti: queste doti io ravviso in voi e sono certo di non ingannarmi. Andate dunque in nomine Domini: io spero che in dieci anni voi rialzerete quella parrocchia e farete scomparire il centro malaugurato onde l’eresia si spande nelle vicine Parrocchie. Questa sarà l’opera vostra e la Vergine benedetta ci concederà di vederla condotta a termine.

Coraggio, mio caro e ricordatelo bene, Dio lo vuole e voi non sapete dove Egli vi condurrà! Mandatemi i soliti documenti per le formalità di ufficio.

Vi benedico di nuovo. Aff.mo Geremia, Vescovo »

 

È questa una lettera che ogni sacerdote vorrebbe sentirsi indirizzata per le parole di stima e di fiducia. Una lettera capace di motivare una persona ad affrontare qualsiasi sacrificio per rispondere alle aspettative nei suoi riguardi.

La richiesta del Vescovo esprimeva in modo chiaro che d. Vincenzo era sollecitato a svolgere una missione un po’ fuori dell’ordinaria amministrazione di una parrocchia, una missione estrema per un bisogno estremo

Se la prima esperienza come parroco a Regona non era stata facile, né scontata, ma poteva comunque avvalersi di una buona religiosità di fondo presente nel tessuto sociale e popolare, la nuova realtà a cui veniva inviato, godeva di una fama negativa dal punto di vista della evangelizzazione.

La parrocchia di Vicobellignano non era, quindi, una parrocchia privilegiata né prima dell’arrivo di don Vincenzo Grossi, né durante e, sembra, neppure dopo la sua scomparsa.

Don Vincenzo soffrì molto per la lontananza e la freddezza generale della gente rivierasca, per le divisioni, le critiche e le incomprensioni. Qui il suo ministero non apparve radioso. Tuttavia, se una parrocchia può essere redenta da uno zelo esclusivo, non è meno efficace ai fini dell’opera della grazia un servizio costante e sofferto per un lungo periodo di anni.

 

LA PRESENZA DEI PROTESTANTI

Non va dimenticata nell’esperienza pastorale del Grossi a Vicobellignano, la presenza in paese di una comunità di protestanti metodisti che dimostrava una certa vitalità.

L’aspetto negativo non era dato solo dall’eresia in sé, che in un contesto di scarsa cultura e in larga parte analfabeta, come quello contadino, non poteva diffondersi molto, quanto piuttosto perché questa divisione era un segnale di ribellione alla Chiesa.

Inoltre c’era un motivo di scandalo perché due pastori – un certo Cecchetti e un certo Toninelli – erano ex preti.

Questa presenza poteva essere anche uno dei tanti motivi che favoriva l’indifferenza della popolazione tanto che don Ubaldo Grossi, coadiutore dello zio don Vincenzo, testimoniando ai processi, riferì una espressione che correva abbastanza comune tra il popolo: “Predica il parroco. .predica il pastore. . .noi facciamo il nostro comodo”.

L’origine di questa presenza è riconducibile ad un conflitto tra i fabbricieri e il parroco, don Luca Galli. Rifacendosi al diritto di eleggersi i pastori, prassi già sperimentata nel vicino mantovano, i fabbricieri si rivolsero ad un pastore metodista, che venne in paese.

Utilizzò la propria casa per il culto, frequentò le case degli adepti e diffuse libri e stampa tra la gente e, soprattutto, istituì una scuola gratuita con 18 alunni, chiusa però a breve termine, perché si erano ritirati, e altre iniziative di intrattenimento e di solidarietà.

Con i protestanti, ma in genere in tutto l’impianto del suo ministero, don Vincenzo non si ispirò all’immagine della “fontana del paese”, ma a quella del pastore che lascia le pecore al sicuro nell’ovile per andare in cerca di quella che si è persa.

Evitava gesti o espressioni che potessero apparire discriminanti, per cui non pronunciò mai la parola “protestanti”, lasciava cadere le provocazioni che miravano ad uno scontro aperto, accolse i figli dei protestanti nella scuola gratuita che lui stesso aveva aperta, e cercò di integrarli nelle attività dell’oratorio e a sera, se necessario, li accompagnava lui stesso a casa. Mirava ad eliminare quanto avesse sapore di ostilità. Desiderava che comprendessero che “amava anche loro”, al di là dei loro errori.

Questo stile gli guadagnò la stima e la fiducia dei protestanti, in particolare del pastore, che partecipava alle catechesi di don Vincenzo.

Le testimonianze parlano di un ritorno quasi totale alla fede cattolica, ma i dati successivi alla sua morte non sempre confermano le deposizioni. Questo non sminuisce la bontà delle sue intenzioni e della sua dedizione. Non potè estirpare l’eresia, ma certo ne frenò la diffusione, consapevole che uno opera bene non solo perché compie il bene, ma anche per il modo come lo compie.

L’EVANGELIZZATORE

Egli era tutto per il bene delle anime, specie quelle affidate alle sue cure, per le quali consumò tutta la sua vita, nel predicare, nel pregare per la conversione dei peccatori, nel consigliare, correggere ed insegnare, nello spendere e spandere con generosità per la salvezza delle anime”.

In questa testimonianza si può trovare la sintesi del suo ministero della Parola che svolse con la totalità delle sue possibilità, per richiamare alla pietà e all’osservanza della fede cattolica. Se fu tanto stimato da tutti e ricercato da molti parroci per la sua predicazione, dai suoi parrocchiani, invece, fu amato come un padre perché attraverso lo zelo e la diligenza nel procurare il bene alle loro anime, sono divenuti consapevoli che il vero padre non è colui che genera fisicamente, ma colui che educa e istruisce nelle vie del Signore, proprio come don Vincenzo.

Egli considerò i due momenti cardine della vita della parrocchia, quali la celebrazione eucaristica domenicale, e in essa l’omelia, e la dottrina o catechesi degli adulti, nei pomeriggi festivi, occasioni insostituibili per occuparsi della formazione dei fedeli. Nulla lo fece mai desistere da questo servizio né la fatica, né le prove, né la stanchezza o la malattia né la presenza di pochi uditori.

Non c’è stata categoria di persone della sua parrocchia che non sia stata oggetto della sua cura: predicava spesso, infatti, per gruppi separati di uomini e di donne, secondo la prassi del tempo e, se aveva una priorità, questa era per la gioventù maschile e femminile, non facendo distinzione tra piccoli e adulti, perché con uguale oculatezza spezzava il pane della Parola.

Teneva conferenze alle madri di famiglia ed alle giovani, perché, diceva, la donna è “il sacerdote della famiglia”.

Ad esse raccomanda­va in modo particolare l’educazione cristiana dei figli, perché sapeva che la maternità e la paternità sono complementari non solo nella costituzione della famiglia naturale, ma anche nella formazione e crescita della comunità cri­stiana.

Considerando i contenuti scritturistici e teologici delle sue prediche, qualcuno insinuava che la gente non potesse capirle appieno. Egli, in merito, non aveva dubbi, e non perché contasse sull’efficacia delle sue parole umane, ma per la consapevolezza che la Parola di Dio compie ciò che significa negli animi disposti ad accoglierla, per cui rispondeva: “Oh sì che capiscono!”.

Che cosa la memoria ha conservato di quella predicazione che il tempo trascorso non è riuscito a cancellare? Nelle espressioni dei testimoni circa la predicazione di don Vincenzo, si colgono la “commozione” e il “gusto”, come pure un grande piacere, che gli ascoltatori hanno custodito nel cuore. Sentimenti di ammirazione tanto da esclamare: “ Deve voler pur bene al Signore, se ne parla così bene questo don Vincenzo!”. Ma non solo, perché, dopo averlo ascoltato, “si sentivano più attratti ad amare il Signore”. E’ ricorrente il ricordo del fervore e della pacatezza della sua parola, che non era carica di oratoria, ma formata sul Vangelo, una parola persuasiva e penetrante, alla portata di tutti e convincente.

Se “i fedeli in genere corrisposero al suo zelo”, come viene riferito, accorrendo numerosi e con grande entusiasmo ad ascoltare le sue prediche, tanto che la chiesa, quando lui predicava, si riempiva di gente, c’erano anche tempi o circostanze, come il periodo della mietitura o in occasione della sagra di Casalmaggiore che attirava molta gente, in cui la chiesa rimaneva deserta o erano presenti solo i fedelissimi, il sagrestano, il Vicario e sua madre e probabilmente la domestica.

Anche in queste occasioni don Vincenzo non si esonerò dalla sua missione di annunciare e non privò i presenti di un’ opportunità, che comunque poteva essere, nell’economia della grazia del Signore, quella determinante. Un gesto di profonda coerenza legato alla dedizione incon­dizionata alla sua gente.

LA SUA PREDICAZIONE

La sua intelligenza acuta e il bagaglio culturale di cui godeva lo resero un sacerdote stimato come “dotto nelle verità cristiane” e, indirettamente, questa stima fu confermata dalle frequentissime richieste a predicare al di fuori della parrocchia e della Diocesi, richieste che divennero, quindi, una valutazione positiva sulla sua predicazione da parte dei confratelli o dei Vescovi che lo chiamavano.

Don Vincenzo ebbe grande familiarità con la Sacra Scrittura, di essa si alimentava, su di essa, così come era stato formato da mons. Guindani, suo professore in seminario, indu­giava, per scandagliarla con lo studio, “secon­do i dettami della ortodossia, evitando i sensi traslati”. Conoscendo bene i testi sacri, seppe applicarli nella predicazione e spiegarli con chiarezza.

Uguale attenzione prestò alla dottrina dei Padri della Chiesa, a cui si rifaceva spesso e ai misteri del­la fede, facendone l’oggetto principale della sua meditazione e del suo studio.

Infine, un tema trasversale e molto frequente in tutta la sua predicazione fu quello della Madonna che egli amava in modo filiale, e verso la quale aveva espressioni tenerissime, che infervoravano tutti ad amarla ed onorarla. Le occasioni per parlare della Madonna erano già definite dalla devozione popolare, come li mese di maggio, o dalle feste liturgiche, e particolarmente dalla novena alla solennità dell’immacolata e dal triduo in preparazione alla festa patronale di Maria Assunta, ma ne parlava anche in occasione degli Esercizi Spirituali.

LA SUA CARITÀ, OSSIA LA SUA PASSIONE PER I GIOVANI

La caratteristica, che coronò il suo zelo, fu la carità, che non possiamo ridurre alla generosità e alla condivisione di quanto possedeva con chi era nel bisogno, aspetto pur molto presente nella vita del Grossi! , ma dobbiamo riferirla soprattutto alla dedizione ai suoi fedeli, e tra questi in particolare ai giovani.

La sua opera verso la gioventù fu di prevenzione e la svolse con uno stile familiare, potremmo dire domestico. L’accoglienza era soprattutto una qualità del cuore e non una caratteristica delle strutture, perché queste in verità erano essenziali come le suppellettili, tanto che i danni che i ragazzi vi arrecavano non erano mai ritenuti gravi.

Considerava molto dannoso, invece, che i giovani o i ragazzi frequentassero i luoghi di ritrovo degli adulti, dove i pericoli di essere introdotti nell’errore della fede o della morale o di abbandonare la pratica cristiana, erano più che probabili.

Volentieri, e incurante dei disguidi che potevano recare alla quiete della canonica, accoglieva i giovani in casa sua, stabiliva con loro un contatto per poi ottenere l’ accondiscendenza alle sue proposte formative ed educative. Creava occasioni per radunarli, specie nelle ore serali, forniva svaghi istruttivi, insegnava materie scolastiche ma nello stesso tempo offriva anche un’ istruzione religiosa. Mirava a tenerli lontani dai pericoli, e lo faceva con la pedagogia del vero educatore propositivo ed attraente. Don Vincenzo, in mezzo a loro, era felice, perché li aveva vicini e li poteva accompagnare nella vita cristiana.

Organizzò sul modello degli Oratori cittadini, già attivi a Cremona, un oratorio festivo per tutta la gioventù, allestendo giochi adatti alle diverse età e costruendo un salone teatro dove potevano dedicarsi ad opere teatrali.

Per lui, come per San Filippo Neri nella Roma del ‘500 e per don Bosco nella Torino dell”800, si trattava di unire il gioco alla formazione culturale e religiosa.

In queste iniziative profuse tutte le sue energie e la sua creatività, senza spettacolarità, ma con efficacia, se i testimoni ricordano, pur lontani nel tempo, i momenti che condivideva con loro nel gioco, le sue raccomandazioni, i consigli preziosi, ma anche qualche scappellotto o qualche epiteto bonario, sfuggitigli per il rammarico di non vederli come avrebbe desiderato.

IL FONDATORE

L’altro filone del ministero di don Vincenzo fu la fondazione di un istituto, le Figlie dell’Oratorio. La Fondazione è stata come il frutto maturo della sua pastoralità, una ulteriore manifestazione della profondità della sua cura d’anime. In altre parole: non avesse fondato l’Istituto il Grossi sarebbe stato santo lo stesso!

Possiamo trovare una duplice conferma a questa affermazione:

– La prima: proprio la sua esperienza sacerdotale e pastorale, così comune tra il clero, ha forgiato in lui, quasi in modo naturale, il fondatore ed ha determinato i connotati del carisma dell’Istituto a cui ha dato vita.

– La seconda: La cura per l’opera fondata non allontanò il Grossi dalla cura d’anime: egli continuò la sua missione di parroco fedele, zelante, vigile.

Il ministero di parroco e il compito di Fondatore o “Direttore”, come egli stesso sempre volle essere chiamato, furono strettamente interdipendenti.

Parrocchia e Fondazione camminarono insieme, perché l’idea delle Figlie dell’Oratorio nacque nella sua mente dalle necessità parrocchiali che egli sperimentava, giorno dopo giorno, nella propria comunità, ma anche in quelle dei confratelli dove era chiamato per collaborare nella predicazione. Anche questo contribuì a infondere nell’Istituto una forte e inconfondibile connotazione di pastoralità.

Ed è qui che possiamo cogliere davvero l’originalità di don Vincenzo : le sue suore non dovevano operare in parallelo alla parrocchia, ma “nella” parrocchia, come parte integrante di essa, inserendosi vitalmente e operativamente in essa, senza distinguersi dall’ambiente circostante se non per l’intensa e alta spiritualità che doveva animarle.

Ma abbiamo visto anche come nel suo ministero pastorale don Vincenzo abbia avuto una attenzione particolare ad un settore specifico della parrocchia: la gioventù.

Vedendola allontanarsi dalla pratica cristiana cercò le vie per mantenersi in contatto con questa realtà coinvolgendo altre persone che condividessero questa sua passione. E fu proprio la preminenza data, sin dai primi anni di ministero, alla gioventù, che vedeva nel pericolo, a orientarlo alla fondazione di un Istituto religioso femminile, come testimonia l’introduzione alle Regole che consegnò al suo Vescovo Bonomelli nel dicembre del 1900, e da questi approvate nel giugno del 1901.

In essa si richiamano i pericoli in cui si trovava la gioventù femminile abbandonata a se stessa, esposta ai pericoli dell’immoralità e la conseguente necessità di “fare qualcosa” per aiutare i parroci in questo particolare tipo di pastorale.

Don Vincenzo volle chiamare le sue suore “Figlie dell’Oratorio” non tanto per indicare il servizio che avrebbero svolto nell’oratorio, luogo privilegiato comunque della loro opera, ma per richiamare la paternità spirituale di san Filippo Neri, a cui si rifaceva, per coniugare insieme spiritualità, pastoralità e animazione, nella letizia e nella gioia.

Quando don Vincenzo pensò alle sue religiose, le volle laiche «di fuori», anche se religiose vere nel cuore, per arrivare, in questo modo, alle giovani, meglio di quanto possa farlo il sacerdote o una suora con abito religioso.

La questione dell’abito fu pertanto molto rilevante agli inizi, perché realmente dietro di essa c’era una questione di stile: uno stare insieme senza divisa, con profondo senso del servizio alla pari, pronte a integrare tutte le espressioni dell’attività parrocchiale.

L’Istituto delle Figlie dell’Oratorio nel corso di più di un secolo di vita ha mantenuto il senso della sua missione, quella di collaborare con i sacerdoti nella pastorale giovanile in particolare in Parrocchia.

Sono cambiate le modalità ma resta immutata l’impronta di generosa disponibilità per fare comunione con quanti hanno a cuore la formazione e l’educazione cristiana delle nuove generazioni.

***

Don Vincenzo concluse la sua giornata terrena in silenzio e in pochi ma intensi giorni di malattia e di sofferenza.

Accompagnato dai conforti della fede, dalla presenza del nipote don Ubaldo e da alcune suore accorse al suo capezzale, morì la sera del 7 novembre del 1917.

Ora per noi il Grossi resta un modello non perché dobbiamo “imitarlo” nelle cose da lui fatte, ma perché dobbiamo farci illuminare dalla passione con cui le ha fatte, dalle motivazioni per cui le ha fatte, dall’impegno e dalla costanza con cui le ha portate a termine.

* * *

Le Figlie dell’Oratorio ricevettero l’approvazione pontificia il 29 aprile 1926: attualmente sono diffuse, oltre che in Italia, in Argentina ed Ecuador.

Nel frattempo, la fama di santità del loro Fondatore (o Direttore, come preferiva essere chiamato) non venne meno, tanto da domandare l’apertura della sua causa di beatificazione.

Nel 1947, in diocesi di Lodi, fu aperto il processo informativo sulle sue virtù eroiche, passato successivamente in fase romana il 2 aprile 1954.

Col decreto promulgato il 6 maggio 1969, don Vincenzo venne dichiarato Venerabile.

Viene beatificato il 1 novembre 1975 dal Beato Paolo VI, che lo addita come esempio a tutti i sacerdoti e ai parroci.

Il secondo miracolo necessario per la canonizzazione avvenne proprio pochi anni dopo quell’evento.

Una neonata di Pizzighettone, affetta da anemia eritropoietina di tipo 2, non poté ricevere un trapianto di midollo in quanto nessun suo familiare risultò compatibile. Mentre la piccola era mantenuta in vita tramite trasfusioni e cure palliative, una Figlia dell’Oratorio invitò i familiari a pregare il suo Fondatore. Dopo un breve periodo, l’ammalata risultò completamente guarita. A seguito di un’accurata indagine da parte del Tribunale ecclesiastico di Cremona, il caso passò all’esame delle commissioni medica e teologica della Congregazione Vaticana per le Cause dei Santi.

Ricevendo in udienza privata il Prefetto della Congregazione, il cardinal Angelo Amato, papa Francesco ha firmato il 5 maggio 2015 il decreto con cui quella guarigione era definita miracolosa e avvenuta per intercessione del Beato.

Nel Concistoro di sabato 27 giugno 2015, il Santo Padre ha dichiarato che la sua canonizzazione, insieme a quella dei coniugi Martin e di madre Maria dell’Immacolata Concezione (María Isabel Salvat Romero) sarà il 18 ottobre 2015, nel corso della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.

I resti mortali di san Vincenzo Grossi, già traslati nel 1944 dal cimitero di Vicobellignano a quello di Lodi, vennero collocati nel 1947 in un apposito sacello nella cappella della Casa madre delle Figlie dell’Oratorio, in via Paolo Gorini 27 a Lodi, dove tuttora riposano.